TOURblog

Il diario popolare, in giro per l’Italia, di Angelo Recchi, tour leader

Archivio della Categoria 'Paesaggi'

14 Aprile 2008

Torino, stadio Filadelfia, o quel che (purtroppo) ne resta

Ad ottobre, ogni due anni, Torino è sinonimo del più grande evento del food in Italia. A torto o a ragione, visto e stravisto oppure no, in declino o in crescita, vero o finto, quando si parla di cibo tra esperti, appassionati o addetti, gli anni pari si parla del Salone del Gusto. Come quasi tutti gli eventi che fanno parlare di Torino, anche questo è ospitato al Lingotto. Del resto, la Fiat - anche se in declino - è sempre presente, e casa Agnelli pur defilata resta padrona. Padrona di una città ormai ridotta a succursale di Milano, visto che in treno è raggiungibile a qualsiasi ora solo da lì; porta d’ingresso alla Francia, ma sarebbe più appropriato dire zerbino visto che Bologna, cioè l’Italia, ha pochissimi treni diretti in andata, ancor meno al ritorno, nessuno ad orari compatibili con una cena. Naturalmente Trenitalia, in casa Fiat, non si azzarda a proporre treni speciali che viaggino anche di notte.

Nel 2004 al Salone del Gusto partecipai anch’io, ed ebbi l’occasione di conoscere personalmente Marc Millon, Beatrice Ughi, Carla Latini e praticamente tutti i produttori della scuderia di Vyta, alla quale stavo lavorando. Fu un’esperienza significativa, forte, molto interessante (se dico golosa è scontato), senza dubbio imperdibile.

Ma di quella giornata, in una Torino senza più un posto letto (non sarebbe accaduto neanche per le Olimpiadi), fu un altro l’episodio che mi rimase impresso a fuoco. Arrivato in mattinata da Bologna, per fortuna fui ospite del carissimo Michele Bredice, un ragazzo conosciuto nel Campo di Formazione Capi Scout, il quale ahimé non sento più da diverso tempo; in una Torino assolata e fresca, mi stavo dirigendo dalla stazione Lingotto a casa sua, in Corso Unione Sovietica, non lontano dall’attuale Stadio Olimpico (il vecchio Comunale).

Per arrivare da Torino Lingotto a Corso Unione Sovietica c’è da farsi un pezzetto a piedi, di strada e di storia, nel più classico dei sobborghi operai italiani. Un’occasione da non farsi sfuggire, perché fra qualche anno (anzi, già sta accadendo) questa zona verrà rivalutata, c’è da starne certi, dato che l’industria pesante oramai non c’è più.

Ad un certo punto, per arrivare a Corso Unione Sovietica si gira a destra, e si imbocca via Filadelfia. Qui non è più strada, è solo storia, la storia di un monumento completamente abbandonato a se stesso.

Per i veri appassionati di calcio, a Torino - dopo la Mole - viene il vecchio stadio Filadelfia. A Barcellona, Madrid, Manchester, Liverpool ne avrebbero fatto un museo, con tutti i trofei, filmati, cimeli e ammennicoli del Grande Torino. Qui no: lo si abbatterà per farne uno dei tanti centri commerciali. Eppure, anche diroccato, basta affacciarsi dai finestrini delle vecchie biglietterie (con sopra stampigliato il settore di entrata) che tra le macerie sembra di rivedere le telecronache dell’istituto Luce.

Nel secondo dopoguerra, il Toro era il club più forte del pianeta. Oggi non sapremmo a chi paragonarlo: forse al Milan di Sacchi, o ai Galacticos del Real Madrid, ma sarebbe riduttivo. Troppo il divario con gli altri club, suggellato dalla convocazione in blocco nella Nazionale italiana (ci si avvicinerà solo la Juventus nell’Italia campione del 1982), all’epoca reduce da due titoli mondiali. Va detto che il Toro aveva beneficiato della guerra, garantendosi i migliori giocatori in cambio dell’esonero dal servizio militare grazie agli stratagemmi del presidente Ferruccio Novo.

Il divario non è però solo tecnico: il Grande Torino negli anni quaranta ha una gestione che sarà eguagliata solo negli anni Ottanta. Nel 1948 è in Brasile, poi gira l’Europa inaugurando (e riempendo) diversi stadi, costituendo un richiamo di pubblico senza pari. Premi partita, onorari e fama ne fanno la squadra più ricca e famosa del mondo. Basti pensare che Altafini, ai mondiali di Svezia con la nazionale verdeoro, viene soprannominato Mazola per una vaga somiglianza col capitano granata.

Proprio la fama, complice la nebbia e un altimetro sballato, sarà paradossalmente la causa della tragedia di Superga, che consegnerà al mito un undici impareggiabile. Di ritorno da Lisbona, da una delle tante amichevoli, l’aereo con i giocatori si schianta all’ingresso della Basilica di Superga, sulle colline torinesi. Il servizio del cinegiornale merita di essere visto, perché fotografa un’epoca ed uno stile narrativo che oggi non esistono più.

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Resta il fatto che oggi, in via Filadelfia, c’è uno stadio diroccato, neanche risalisse ai romani, dove gli echi delle grida e i rumori dei calci al pallone ancora rimbombano tra le macerie delle gradinate, le erbacce e le porte rotte. Concludo con un monologo di Giorgio Albertazzi, in una fiction dedicata al Grande Torino, in video qui sotto:Il tempo, quando entra qui, si ferma un attimo, e si toglie il cappello.

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8 Gennaio 2008

Di ritorno da quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno…

Tornati domenica da un weekend freddo ma intensamente divertente nella sponda ovest del lago di Como (quindi dovrei dire nel lago di Lecco, dati i campanilismi molto vivi da queste parti tra i due rami).

Soggiornato a Bellano, dove tra il 5 e il 6 gennaio si svolge la festa della Pesa Vegia, una rievocazione tra le migliori cui abbia mai assistito, anche perché legata alle celebrazioni dell’Epifania, quindi non artificialmente ricreata negli anni Novanta. Addirittura, se ne parla in diversi giornali di fine Ottocento, indicando come origine della festa il decreto di ripristino della vecchia unità di misura in luogo della nuova che creava troppi problemi a bellanesi e paesi limitrofi.

Sono storie antiche che parlano di lago, di pesca ormai purtroppo relegata a nicchie di aficionados e presìdi - ma lavarelli, missoltini e gamberi meritano assai; di luoghi tutti protesi verso un’acqua non tempestosa e salata, ma placida e misteriosa. Sponde visibili e concretamente coinvolte in dispute e fazioni, non sognate e fantasticate da cantanti e innamorati “al di là del mare”. Insomma, il lago, questo lago, i nostri italici laghi, sono qualcosa di unico, ben diverso dai Grandi laghi americani, tutt’altra dimensione, tutt’altra impronta dell’uomo. E queste cime inuguali (come si fa a non saccheggiare Manzoni a piene mani?) coperte dalla neve di inizio anno, a strapiombo sul lago, con le case aggrappate ai pendii e le stradine scippate a Isacco Newton rendono il paesaggio di irripetibile bellezza.

Sono convinto che se il turismo nei laghi fosse esploso negli anni Sessanta, anziché gioielli di eleganza ci troveremmo ecomostri ed obbrobri in perfetto stile Riviera Adriatica: per fortuna, la vicinanza a Milano e al nord Italia in generale ha fatto sì che fiorissero ai primi del Novecento, vale a dire l’ultima epoca in cui l’architettura italiana ha prodotto qualcosa di accettabile nelle località vacanziere. Dopodiché, saranno Ostia, Fregene, Milano Marittima e Riccione…

La sensazione provata a Varenna o a Bellagio in un sabato freddo e piovoso è la stessa che puoi avere a Rimini d’inverno, pensando ad Amarcord: l’eleganza del Grand Hotel è simile, il borgo intatto (almeno in centro) ed il silenzio irreale hanno quella romanticità che solo i veri cultori dell’acqua (mare o lago che sia) possono apprezzare fino in fondo.

Purtroppo, credo che almeno per Bellagio ci sia l’effetto Sirmione-Capri-Taormina: posto stupendo ma completamente iper-turistizzato, tanto da sperare in un diluvio che purifichi il paesaggio da cocci e infradito.

E domenica, a coronamento, un magnifico risveglio con un cielo luminoso e limpido, le montagne innevate su fino in Svizzera, il sole che accende Pescarenico ed un superbo tramonto sui laghi della Brianza dal Monte Barro.

Cos’altro dire, oltre a rimettersi a leggere il Manzoni, che da queste parti ha trascorso la giovinezza, dando vita ad un romanzo che purtroppo solo pochi insegnanti sanno farti apprezzare?

Ah, beh, certo, dove ho dormito e dove ho mangiato… ma a questo dovrò dedicare un altro nutrito post.

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5 Dicembre 2007

Delle Marche (ancora!)

Giro per la rete per il re-styling del mio sito e mi imbatto in questo blog.

L’articolo di Matteo sulle Marche è imperdibile, ed estremamente indicativo.

Inizia così: Vero è che nessuno è profeta in patria. Ma tutto quello che le Marche fanno per farsi amare, e che molti dei loro abitanti non recepiscono, porterebbe chiunque stesse al loro posto all’esasperazione. Mai ci fu amore meno corrisposto.

Il resto ve lo linko. Buona lettura!

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21 Novembre 2007

Viaggiare nell’anima: le Marche

Sembrerà assurdo che, nonostante abbia un sito dedicato ai viaggi nelle Marche, nonostante accompagni la gente a sognare nelle Marche (ché nelle Marche non si viaggia, si sogna), non mi sia prodigato più di tanto in commenti o racconti sulla mia regione.

In realtà, voglio evitare di essere monotematico (rischio che ora sto correndo raccontando il mio viaggio di nozze, ma vabbè, una volta nella vita…), ed anzi mi piace allargare il respiro dei viaggi e dei racconti, all’Italia, all’Europa, al mondo.

Ok, tutto ’sto cappello per presentare un articolo trovato nella rete e dedicato a Montelupone, bellissimo e poco conosciuto paesello vicino Loreto, conosciuto in zona per il carciofo e - si spera, un giorno - per uno dei primi esempi di albergo diffuso. L’articolo, un po’ datato, è di Giovanni Rizzoli.

Buona lettura!

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27 Aprile 2007

Il Delta del Po in motonave con gli interisti

25 aprile, gita fuori porta. Sono oramai due anni che orbito intorno al Polesine, immeritatamente bistrattato: la natura così genuina e prepotente esiste solo nelle isolette mediterranee (e neanche tutte) e in qualche montagna poco sciistica. Non si spiegherebbe altrimenti l’affluire copioso di cacciatori, per i quali il Polesine è l’alternativa "proletaria" all’"imprenditoriale" Romania, dove se ci vai devi portarti a casa quantità industriale di selvaggina anche per andarci pari.

Il Delta del Po è l’espressione più alta della natura nel Polesine, e quindi in Italia. Credo che pochi posti al mondo siano al contempo così selvaggi e antropizzati. Tornati dal delta rimangono vive nella memoria i canali, le lagune, le sacche, tutte popolate da colonie di aironi, beccacce, folaghe ed uccelli di ogni tipo, così come pesci di acqua "mista", tipo carpe, cefali e anguille, orgoglio della cucina locale, assieme all’oro del delta (vongole e cozze), che però non riesco a preferire alle mie.

Eppure, gli stessi canali - lo dice la parola stessa - sono stati "indicati", tracciati dall’uomo, così come le chiuse, i rinforzi sulle rive, le briccole, gli edifici ora risucchiati dalla natura, come i templi cambogiani nella giungla.

[Briccola (fr.: pilier; ingl.: pylon, post): termine che deriva dal dialetto veneto che indica i pali piantati sul fondo della laguna e usati sia per gli ormeggi che per delimitare i canali navigabili].

Se vi venisse voglia di
farvi una gitarella sul Delta, tenete a mente alcune cose:

1) date un’occhiata alla cartina, e concentratevi sulla toponomastica: dal Taglio di Po, ad Adria (-tico), al Po di Maistra, al Po di Gnocca (ché il paese di Gnocca sta sotto Donzella, ci sarà un motivo!), alle varie Cà (Venier, Vendramin, tutti nomi di nobili veneziani), cercatevi il nome, la cosa, la storia che vi piace di più. A noi incuriosiva il ponte di chiatte, a Goro, e siamo andati là.

2) In ogni porticciolo (Goro, Gorino, Porto Tolle e via discorrendo) ci sono motonavi che organizzano gite sul delta. Occhio alla zanzarosa estate, più è grande la motonave più il profilo della gita cambia, da avventuroso (infilandosi nei più remoti passaggi), ad elegante (addirittura serate danzanti). Con google ne trovate di tutti i tipi, basta digitare la località.

3) Occhio che a Goro, estremo lembo del delta, è pieno di interisti con bandieroni enormi. Ecco dove si erano rifugiati…


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13 Marzo 2007

La Montanella, ad Arquà Petrarca, sui Colli Euganei

I Colli Euganei sono l’oasi collinare in mezzo alla Pianura Padana. Il preavviso delle montagne o l’ultima parvenza di altura, a seconda se si va o si torna dalle Alpi.

Tutt’intorno ai Colli è un tripudio di acqua, coi canali che arrivano a Padova e Venezia, i fiumi (l’Adige passa appena sopra Rovigo, una ventina di chilometri più a Sud), le acque termali che fanno la fortuna di Abano, Montegrotto, Battaglia, e alla fin fine anche di Padova.

Per chi arriva da Sud, è Monselice, col castello longobardo, a segnare il passaggio. Da Padova invece, l’ingresso è più dolce: Battaglia Terme è incantevole, attraversata longitudinalmente dal canale omonimo, che parte dalle antiche paludi del Bassanello, ora periferia Sud di Padova, dove viene irrorato dal fiume Bacchiglione.

La vista dalla Montanella
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9 Marzo 2007

Aci Trezza, Catania e La Montagna.

La MontagnaA maggio del 2005 ho passato dieci bellissimi (e intensissimi) giorni in Sicilia. L’ho girata abbastanza, dal ragusano (nella bellissima casa di Lorenzo Piccione di Pianogrillo), a Siracusa, Palermo, Agrigento, Piazza Armerina, Taormina e Catania.

Dopo aver visitato Catania (la piazza del Liotro - l’elefante, con la pasticceria davanti al Duomo, merita una visita già da sola), siamo stati a dormire ad Aci Trezza. Non so dire se di quella zona (in senso lato, la Sicilia Orientale) ho apprezzato di più i dolci (senza dubbio alcuno, i migliori d’Italia, e dunque del mondo, specie al Caffè Sicilia di Noto), il pesce o i paesaggi (l’Etna regala scorci stupendi dalla città, dai giardini e dal mare).

Di sicuro il paesaggio di Aci Trezza, coi faraglioni dei Ciclopi, l’isola Lachea ed Aci Castello in lontananza, ne ha da dire e da vendere. Ancor più a chi si è appassionato alle disavventure dei Malavoglia: il museo omonimo, ricavato in una casa che ricorda quella verosimilmente descritta da Verga, ricostruisce i vari aspetti della dura vita dei pescatori di fine Ottocento, a me in parte nota dai racconti di famiglia.

Ma c’era una cosa, nel cortile, che più mi ha colpito: la cenere. Fertilissimi resti dell’ultima eruzione del gigante buono, la Montagna, come la chiamano qua.  E le si dà del Lei: "La Montagna  le dà, e la Montagna le toglie, quando vuole".
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22 Febbraio 2007

Dalle torri di bologna - photobook

panorama.jpgPiazza Maggiore vista dalla torre degli asinelli, nella foschia che rende magica Bologna.

Salire sulla torre non è particolarmente faticoso, perché le scale sono larghe e non a chiocciola, certo sono sempre quasi cinquecento scalini!

E non è neanche molto costoso: tre euro a persona.

Portatevi la macchina fotografica, perché ne val la pena. Oppure un cellulare che faccia foto come questa, anche se non è la stessa cosa…

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12 Febbraio 2007

Indovina dov’è…

11022007110.jpgQuesta foto (cliccaci per ingrandirla) è stata scattata ieri… Indovinate dove? Beh, se guardate le categorie del post, indovinate subito. Sembra incredibile, non è vero? Ed in effetti, lo è: del resto, Bologna non è ciò che sembra, ed i fiumi e la natura appaiono dove non te li aspetti. Per la cronaca, questo è il Navile, antica via d’acqua che dà il nome a diverse vie e quartieri (porto, navile appunto, via della beverara, via del navile, via dello scalo, con la compartecipazione del Reno), e che emerge in tutto il suo vigore in Via Carracci, proprio a due passi dalla stazione. A fianco, c’è il parco di Villa Angeletti, una boccata d’aria in mezzo a tanto smog.
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10 Gennaio 2007

Pantelleria, il photobook - l’alba dalla montagna

L'alba da Pantelleria

La foto parla da sola. Ecco l’alba dalla cima della montagna grande di Pantelleria. Le montagne all’orizzonte sono la Sicilia. Non riesco a capire precisamente quali monti siano, data la posizione dell’isola, dovrebbero essere le montagne centro-meridionali. Il tappeto di nuvole sottostante cela l’azzurrissimo mare pantesco. Sotto le nuvole, un peschereccio (che non si vede in foto) sta lentamente facendo vela verso le zone di pesca.
La vita estiva dell’isola, sonnacchiosa e calma, inizia lentamente a ripartire.
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