TOURblog

Il diario popolare, in giro per l’Italia, di Angelo Recchi, tour leader

Archivio della Categoria 'Gluten-free'

4 Luglio 2008

Un solo ristorante gluten-free a Bologna: La Pizzeria Due Lune di via Battindarno, un gran bel posto.

Come molti di voi sapranno, vivo a Bologna - a parte alcune parentesi - dal 1996. Ci ho studiato, ed ora ci abito con mia moglie. Una particolarità di Bologna è che gode della fama di città in cui si mangia davvero bene, godereccia, scanzonata. Forse lo sarà stata in passato: per quanto i gourmet se lo chiedano e ne dibattano, pie’ di lista (cioè Fiera) e speculazione immobiliare (cioè: affitti spaventosi), assieme all’ineducazione alimentare studentesca (che esalta osterie con bisolfiti rossi spacciati per vini), hanno reso Bologna un posto da cui stare alla larga. Per delle crescentine civili senza ricorrere a Finconsumo bisogna arrivare come minimo a Bazzano, o a Marzabotto. Idem per avere un tagliere di salumi abbondante e non plastificato. Lasciamo perdere le tagliatelle o i tortellini al ristorante, passati da bene alimentare a status symbol da gioielleria, salvo poi andartene nell’Appennino Reggiano o Modenese, bendarti, prendere un ristorante a casaccio e trovarne di migliori a un decimo del prezzo, ma tant’è, i miti sono duri da sfatare.

La cosa che colpisce maggiormente, e che fa anche girare le palle, visto che ancora troppi bolognesi si piccano di essere al centro dell’Italia per la cucina, è l’assenza totale di ristoranti senza glutine (che se non è indice di impreparazione culinaria, ditemi voi). Tranne uno, e che sia benedetto: la Pizzeria Due Lune, in via Battindarno, assurta oramai a refugium peccatorum dei bolognesi celiaci, non solo perché non c’è alternativa. In realtà, l’Alternativa di via Mascarella, a due passi dalla Montagnola è l’unico altro posto a Bologna (esclusa San Lazzaro, che del resto non è Bologna) per il gluten-free, ma è una piadineria - ottima per carità, fa anche servizio a domicilio e la piada GF è valida - non un ristorante. L'interno della pizzeria

Le Due Lune invece è una pizzeria ristorante, con un’ottima pizza (GF e ordinaria, la seconda su forno a legna), ottimi piatti e prezzi ancora civili. Ci sono andato diverse volte a mangiare, ed ancor di più a prendere la pizza da portare a casa: di lunedì, di mercoledì, giovedì, venerdì, qualunque giorno è sempre, sempre, sempre pieno, sempre vociante, sempre allegro. Alla faccia della crisi! Sta in via Battindarno, all’incrocio con via Bertocchi, tra la Barca e Borgo Panigale, proprio di fianco al deposito degli autobus (così ti becchi pure un bel parcheggio). Davvero un posto in cui respiri allegria e serenità, e soprattutto, se sei celiaco, un posto in cui mangi bene e rilassato. D’estate poi stai anche fresco, perché c’è anche una bella veranda, spesso con piano-bar.

Se di cinquecento pizzerie (e ci vado stretto) che aprono e chiudono alla velocità della luce in ogni angolo della città, una sola è senza glutine, secondo voi cosa significa?

Se di cinquecento ristoranti (e ci vado stretto), trattorie, osterie e vari che aprono e chiudono in ogni angolo della città, uno solo è senza glutine, ed è lo stesso che fa anche la pizzeria, secondo voi cosa significa?

Ristorante Pizzeria Due Lune
Via Bertocchi 1, Bologna
tel: 051.56.75.69

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16 Giugno 2008

Finalmente (ottimo) pesce senza glutine: bagno Astra, lido Estensi

Weekend ai lidi ferraresi: piacevole sorpresa ovviamente non per il mare (questo ce lo sanno anche gli abitanti), ma per l’immensità delle spiagge, la romanticità dei panorami (le Valli di Comacchio e le peschiere lungo la Romea sono uno spettacolo di grande bellezza) e la natura che si toglie le catene e si infila in ogni pertugio libero lasciato dall’uomo.

Talvolta anche in senso negativo: è il caso del mezzo alluvione di sabato scorso, che ha reso Porto Garibaldi e zone limitrofe una piscina di cinque chilometri quadrati, per fortuna senza tragiche conseguenze. C’è anche da dire che qua, con le valli a due metri ed il Po poco oltre, pompe e idrovore non sono oggetti misteriosi, e come piove un po’ più dell’ordinario l’allerta è generale.

In uno scenario da mare d’inverno (ché questi non sono temporali estivi, ma alluvioni autunnali!), ma col tramonto posticipato di quattro ore buone, dopo una passeggiata per il lungomare del Lido degli Estensi, arriviamo al bagno Astra, unico nella zona per la cucina senza glutine.

Dieci di sera, giungiamo appena in tempo per mangiare: dato il tempo, un sabato da tutto esaurito si trasforma in una cena con pochi avventori, cosa che generalmente preferisco, specie se trattasi di pesce. Personale molto cordiale, dal gestore ai camerieri alla signora che dirige in cucina: ha una bimba celiaca, ed i capolavori che assaggiamo sono merito suo. Pasta, pane, pesce arrosto (con la mollica di pane) e frittura sono eccellenti. Si sentiva che qualcosa non era freschissimo, data l’agitazione dei pescatori di questi giorni, ma con le retine e la capacità di scegliere la qualità restava altissima.

Pesce arrosto veramente valido, frittura ottima - chi cucina senza glutine sa quanto è difficile farla almeno simile all’originale, qui è identica, leggera e strepitosa - maccheroncini al sugo di granchi, che non ho assaggiato, ma che mia moglie ha gradito molto. Apprezzo chi non si nasconde dietro piatti altisonanti e, se ha i granchi, non si vergogna di proporli: a mio parere, crostacei sempre troppo sottovalutati, si adattano a diversi usi (anche fritti e arrosto sono eccellenti), e non avendo la dolcezza degli scampi o delle canocchie, riescono a controbattere bene il pomodoro, mantenendo il proprio carattere e rispondendo per le rime. Così come apprezzo, per il senza glutine, la libertà di scelta in tutto il menu, interamente replicabile nella versione gluten-free.

Grandioso il dolce alla ricotta, a chiosa di una cena difficile da dimenticare: ed eravamo al chiuso, e faceva freddo…

    Bagno Astra
    Via Spiaggia, 13 (bagno numero 13)
    Lido degli Estensi (FE)
    Tel. 0533.327953 ; 348.7130138
    Persona di riferimento per il senza glutine: Bigoni Roberta
    Note: apertura stagionale (da mar a ott), consigliata prenotazione nei fine settimana e a cena.

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30 Maggio 2008

Risorse per viaggiare: olanda, treni, amsterdam e gluten-free

E’ fine maggio, fioriscono le lenticchie a Castelluccio (spettacolo che vale il viaggio in questo straordinario altopiano tra l’Umbria e le Marche, ai piedi del Monte Vettore, sui Sibillini), Scudetto e Coppa Campioni hanno già trovato casa, iniziano i bagni al mare (almeno speriamo, visto il tempo!), e si organizzano le vacanze estive.

Per quanti volgessero il loro sguardo a Nord, verso l’Olanda, il link alle ferrovie olandesi. Con due parole: costicchiano, ma treni puliti, puntuali e frequenti assieme ad un collegamento capillare di bus vi risparmia comunque benzina, stress, mal di testa per trovare parcheggio e tante altre amenità. Ovviamente, sconti e tessere sono possibili per tutti, e convengono. Il sito è in olandese e in inglese.

Altre risorse specifiche per il senza glutine:

  • qui un forum di discussione;
  • qui una lista di indirizzi per mangiare ed acquistare prodotti GF;
  • qui il sito dell’associazione olandese celiachia (aarghh!!! in olandese, non ce se capisce nada!).
  • Sempre in tema celiachia, molto utile il sito di Bob & Ruth con suggerimenti e varie. Di questa ottima risorsa parlerò prossimamente.

    Ad Amsterdam andrò a fine settembre, al matrimonio di due cari amici. Se passate di là quest’estate, intanto, salutatemela!

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    14 Marzo 2008

    L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 7 - Polinesia, Cook Islands

    [disclaimer: intanto lo metto online così. Seguiranno formattazioni, link, foto eccetera, sennò va a finire che non lo pubblico più!]

    Se dovessi nominare un posto che mi dia l’idea del relax, del dolce far niente, del sogno ad occhi aperti, da sempre direi la Polinesia. Ma non quella delle riviste patinate, quella degli overwater, autoctoni come la papaya in Val d’Aosta; nella nostra Polinesia c’è pochissimo, modernità sì ma solo a tratti, solo dove serve.

    E’ ovvio che una richiesta così vada posta nella blogosfera, soprattutto per l’alloggio. Cercando cercando, incappiamo nel blog di David Stanley, veteran travel writer del Pacifico.

    Rarotonga, nelle Isole Cook, destinazione proposta dall’agenzia, va benissimo (spezziamo qualche lancia, ogni tanto!). L’alloggio decisamente meno: il romantico Little Polynesian, boutique da trecento euro a notte senza uno straccio di cucina (che farebbe comodo a tutti, specialmente a chi deve prepararsi pasti gluten-free), è un salasso della peggior specie.

    Navigando un pochettino incontriamo due personaggi coi quali avremmo fatto amicizia non appena giunti a Rarotonga: Stefano Manelli e Roberta Lugli, milanesi capaci di venirsene qua, aprire un ristorantino e cambiar vita, come solo gli anglosassoni credevo potessero fare. Da loro, persone deliziose quali sono, arriva la dritta giusta: andremo alle Sokala Villas, alloggi spaziosi, puliti, bellissimi, con piscina privata e spiaggia a dieci metri.

    Unico neo: pare che a Rarotonga verso fine ottobre il tempo non sia così splendido. Però, a mezzora di aeroplanino in miniatura c’è Aitutaki, imperdibile gioiello dove il sole splende con più frequenza. Perciò faremo così: arrivo e tre giorni a Rarotonga, tre giorni ad Aitutaki e gli ultimi quattro di nuovo a Rarotonga. Il meteo ci darà ragione.

    L’arrivo a Rarotonga, da Melbourne via Auckland, pur essendo di notte, è proprio come uno se lo immagina. Sin dall’aereo, i passeggeri autoctoni, le hostess e persino il pilota sembrano comparse di un film, e all’atterraggio, lo speaker se ne esce con un “Welcome to Paradise” da show nani e ballerine. Al ritiro bagagli, come da copione, un omino dall’aria assonnata (sono le tre di notte) ci suona con l’okulele (il loro mandolino) una canzoncina di benvenuto. Le melodie di quaggiù sono attraenti, ma molto strane: un misto di dolce e malinconico, come un sole che non dura ed una pioggia che nutre, ma non rinfresca.

    Il profumo delle gardenie che ornano le nostre ghirlande (sì, ci sono anche quelle!) è incredibilmente ubriacante. La villa, sotto la luce della luna, con i fiori in ogni stanza e la sagoma della laguna di fronte, ci lascia senza parole.

    Nulla da dire: nell’accoglienza, i polinesiani sono maestri.

    Abbiamo viaggiato nel tempo, in tutti i sensi. Domani è un’altra volta sabato 27 ottobre, scherzi del fusorario! Al ritorno ci sdebiteremo rinunciando ad un lunedì: nulla da dire, il cambio è favorevole anche sulla data!

    Inevitabilmente lo passiamo per la maggior parte a dormire, ad esplorare la zona, a fare un giro in centro, il tutto intervallato dai bagni in laguna. L’acqua, sempre un po’ caldina, bassa e con una corrente fortissima, invoglia più che altro a stare in ammollo. Un bagno vero e proprio, da queste parti, è difficile farlo. Ma dentro e fuori dall’acqua la temperatura è identica, ed è quella la sensazione piacevole: un’umidita non appiccicosa, ma rilassante.

    Le ragioni di tanta umidità le scopriamo presto: i nuvoloni che sabato sera avevano iniziato a buttare acqua, domenica non ci danno tregua. Del resto, se la vegetazione è così lussureggiante, un motivo dovrà pur esserci, no? Peccato che alternative al mare di domenica non ve ne siano: i missionari, oltre a distruggere la cultura locale, hanno reso la domenica come neanche il sabato per un ebreo ortodosso. Praticamente nulla di aperto, un autobus a mezzo servizio che gira l’isola in senso orario, nessun tipo di divertimento a parte la spiaggia. Aggiungetevi pioggia torrenziale, mescolate il tutto e otterrete una domenica non propriamente bestiale.

    Vabbè, poco male: dopo due giorni di tempo a singhiozzo - che però non ci ha impedito di fare bagni su bagni - ce ne voliamo ad Aitutaki. Ecco la Polinesia che sognavamo! Questo gioiello a trecento chilometri dalla capitale è un atollo purissimo, l’unica altura non supera i trecento metri, ergo nessun catalizzatore di nubi a differenza di Rarotonga. Al pari di tutte le isole del Pacifico, una barriera di corallo separa la laguna dall’Oceano, al quale si accede solo tramite una bocca, generalmente artificiale.

    E qui apriamo un altro capitolo. Almeno due sono le domande che uno deve porsi sulla Polinesia.
    La prima è come hanno fatto a giungere fin qui delle popolazioni che non conoscevano neanche la vela.
    La seconda, come facevano i primi polinesiani a sopravvivere, e come mai sono tutti grandi e grossi?

    In effetti, per il primo quesito ancora si stanno scannando. C’è voluto un mix di genetica, meteorologia, qualche rarissimo reperto archeologico ed il coraggio dello strepitoso Thor Heyerdahl per formulare la teoria più convincente. Thor aveva notato come le leggende popolari parlassero di una grande terra al di là del mare, e come molte cose (tra cui i tratti somatici dei maori, diversissimi dagli aborigeni australiani) avessero similarità col sudamerica. C’era anche, per inciso, il mistero della colonizzazione dell’Isola di Pasqua, lontanissima tanto dalla Polinesia quanto dal Sudamerica. Contestato dal mondo accademico (come sempre in questi casi), Thor decise di solcare il Pacifico con una zattera il più possibile identica a quelle con cui si pensa fossero arrivati i primi polinesiani. Sfruttando le correnti, la pesca ed i viveri a bordo (rigorosamente simili a quelli del tempo), in 101 giorni Thor arrivò sulla barriera corallina, dopo aver percorso 4300 miglia nautiche (al cambio attuale, quasi ottomila chilometri).

    Per la seconda domanda, la risposta va cercata nelle palme da cocco. Dal tronco esile eppure flessibile e resistente, questo albero fornisce ottimo legname, corde e materiale di copertura con le foglie (sembrano piccole e fragili, in realtà sono durissime ed enormi), e nutrimento con i propri frutti. La noce di cocco, solo con l’acqua, dà un apporto energetico pauroso; certo, se ti becca in testa, l’apporto te lo leva tutto, e rischi di rimanerci secco.

    Non è invece utile il pesce corallino, per via della ciguatera, intossicazione da tossine di corallo, che possono avere conseguenze serie (letali, in qualche caso). Per tanto non illudetevi di trovare ricette tipiche di pesce: in generale si cucinano prodotti della terra, il pesce è oceanico (tonno, barracuda).

    A quanto sono grossi i polinesiani forse Darwin e la genetica potrebbero rispondere. Chissà, magari il fatto che la navigazione così difficoltosa per raggiungere le isole ha selezionato solo i più robusti con più riserve di cibo in corpo, o quelli dal metabolismo più lento. Sta di fatto che comprare una camiciola taglia ragionevole nei negozi locali è praticamente impossibile (altro che massificazione): partono tutte dalla XL (rare), per arrivare alla XXXXL!!!!
    Ma fa ancora più effetto trovarsi di fianco a questi giganti, tanto grossi quanto proporzionati nelle forme (ovvio, quelli non obesi), che uno come Bud Spencer ci fa la figura del piccoletto. Va da sé che se questi qua li prendi, li prepari atleticamente e gli insegni a giocare a rugby sin da piccini, diventano leggende indiscusse: come lo fermi un Lomu?

    Dicevamo: arriviamo ad Aitutaki, e già da sopra iniziamo a sognare. E come mettiamo piede in terra, ci rendiamo conto della semplicità di posti così. Innanzitutto ci danno le valigie a mano, uno per uno (l’aereo avrà portato trenta persone a dir tanto), come fossimo ad una gita scolastica. Poi, ai cancelli (ma saremmo potuti uscire da dovunque, altro che metal detector) ci aspetta Ron, un omino stranissimo, subito un mito: tranquillo, pacioso, sorridente, all’inizio non sembra manco tanto normale, ci carica su un pulmino un po’ scassato, e ci porta al residence. Viene dal lontano arcipelago Nord, dove non c’è molto lavoro, ed è il tuttofare al Paradise Cove, dove alloggeremo. Il posto è semplice, bungalow piccolini, ma puliti ed attrezzati, e soprattutto, a dieci metri dal mare: la barriera corallina è proprio davanti a noi, con la maschera e le scarpette è a circa cinquanta metri dalla riva.

    I tre giorni ad Aitutaki, tra crociera, relax, sole, bagni, tramonti in laguna, cene romantiche e feste polinesiane sono uno spasso. In effetti, tre giorni sono più che sufficienti, tanto più che l’isola è molto piccola e le attività possibili sono limitate.

    Da leggenda la licenza di guida per le isole Cook (non è sufficiente la patente internazionale): un poliziotto stravaccato sulla poltrona dell’ufficio (quando c’è), che ridendo mette un timbro e riscuote il bollo. Per quanto di stampo sudamericano, molto più semplice che da noi :-)

    Ad Aitutaki imparo ad aprire le noci di cocco con il tondino di ferro piantato a terra; un tripudio di frutta tropicale (la papaya è lassativa, occhio!!!) ci accompagna ovunque, così come il sorriso della gente. Ogni tanto incappiamo in qualche bottega pseudo-tipica, gestita da qualche fulminato americano o europeo di chissà quale origini e quale storia.

    Pur avendo la piastra per cucinare, preferiamo andare al ristorante, visto che i prezzi sono abbordabili anche in quelli di altissimo livello (che sul senza glutine sono mediamente ben preparati), dato il cambio molto favorevole. Ed in effetti non rimaniamo delusi: la cucina è varia ed apprezzabile, anche se certi piatti sembrano usciti dalla fantasia di qualche maniaco, visti gli improbabili accostamenti di sapori.

    Dopo tre giorni intensi, ce ne torniamo a Rarotonga, dove il sole ha iniziato a splendere con più frequenza. In effetti, è un altro vedere: a questi posti togli il sole e manca parecchio. Chissà, forse è per questo che la pioggia spesso dura poco, quasi non volesse disturbare.

    Ad ogni modo, ci godiamo i nostri ultimi giorni del viaggio di nozze nel più completo relax, prima di riprendere il lavoro. Quaranta ore di aereo ed un cambio radicale di abbigliamento, dalle ciabatte al cappotto, ci attendono il lunedì (che poi sarebbe già martedì), e via Auckland - Sydney - Singapore - Parigi, arriveremo a Bologna: alla conta finale, gli aerei presi saranno diciannove!
    Per fortuna, i bagagli li imbarchiamo a Rarotonga e non li rivedremo prima di Bologna. Si tratterranno una mezza giornata in più, e ce li recapiterà il corriere verso sera. Il fuso si farà sentire per qualche giorno, ma tutto sommato cercare di adeguarsi subito agli orari funziona.

    Con questa cronaca di viaggio si conclude il racconto del nostro viagio di nozze. Alla partenza, aeroporto di Bologna, mio padre si raccomandò: i viaggi sono tutti belli, ma il viaggio di nozze è qualcosa in più. Il viaggio di nozze deve distinguersi…

    Abbiamo attraversato mezzo mondo, e visto per la prima volta animali curiosi, una natura rigogliosa, deserti, paludi e billabong. Ci siamo fermati in silenzio sotto il Grande Monolito, in estasi davanti ai favolosi Mari del Sud. Abbiamo guidato per ore in mezzo a boschi e vigneti, per molte meno in mezzo al traffico, siamo passati dalle foglie gialle dell’Italia alle margherite australi, cambiato clima cinque volte, viaggiato nel tempo e raggiunto l’altro capo del mondo. Siamo giunti al Sud del Sud, abbiamo visto canguri, koala, coccodrilli, cockatoo, eucalipti, palme da cocco, mangiato del samphire, bevuto dal cocco appena aperto, assaggiato il vegemite, ammirato le politiche alimentari dell’Australia e della Nuova Zelanda. Abbiamo assaporato l’atmosfera delle città coloniali, quella delle città occidentali e quella dei villaggi (quasi) incontaminati. Abbiamo dormito in motel, tuguri, bungalow, appartamenti da sogno, case restaurate, palazzi neoclassici e ville vittoriane. Abbiamo conosciuto italiani emigrati oggi, italiani emigrati ieri, polinesiani grossi e piccoli, australiani very English, altri very American, altri semplicemente Aussie, aborigeni ridotti a fenomeni da baraccone, altri con qualcosa ancora da dire, altri italiani in viaggio di nozze, e rivisto amici di passaggio (?) laggiù.

    E non ci siamo neanche ammalati. Insomma, mica male, no?

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    23 Gennaio 2008

    L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 5 - Uluru / Ayers Rock

    Qui le puntate precedenti:
    Prima parte, Sydney.
    Seconda parte, le Great Ocean Road.
    Terza parte, Kangaroo Island.
    Quarta parte, il Top-End.

    E’ martedì 23 ottobre, siamo arrivati in Australia ormai da due settimane, e come ultima tappa del nostro viaggio in the Land Down Under scegliamo il deserto.
    Uluru, o Ayers Rock a seconda che si voglia essere politically correct o meno, è raggiungibile da Darwin via Alice Springs, uno degli aeroporti più desolanti dell’Australia. Pulito, luminoso, ma ci sono tre negozi in croce, è lontanissimo dal paese (circa mezzora in auto), sicché per il nostro stopover di tre ore non vale la pena. Restiamo in sala d’attesa a chiacchierare, dopo aver cercato invano di noleggiare un’auto per il nostro arrivo ad Ayers Rock.

    Il volo seguente dura un attimo: in tre quarti d’ora il nostro piccolo aereo raggiunge Yulara, base di partenza per la visita a Uluru.

    Piccola digressione logistica: Uluru è il monolito, che sorge vicino ad un gruppo montuoso chiamato Monti Olgas o Kata Tjuta. A una quindicina di chilometri da Uluru, circa venti minuti di auto, c’è il paese di Yulara. Oddio, più che un paese è un complesso residenziale, formato da diversi alberghi, qualche campeggio, un centro commerciale e le case di chi lavora lì. In effetti, mette abbastanza tristezza, perché ricrea l’atmosfera del villaggio vacanze. Ma è l’unico modo per vedere il monolito, a meno di non alloggiare a circa ottanta chilometri di distanza, nei pressi di Monte Conner, che a differenza del suo omonimo marchigiano è disadorno ed estremamente desolato, con un piccolo e squallido alberghetto da mezza stella per risparmiare qualcosa.

    Eh già, perché i prezzi ad Uluru sono veramente alti, dato l’oligopolio dei resort. Noi siamo stati al Pioneer Lodge, in camera standard, tre notti. Il bello di questo posto è il grandissimo barbecue al centro del complesso, dove poter cucinare l’ottima carne di canguro, emu, coccodrillo o manzo (ma anche pesce) acquistata al bancone attiguo. Insalate e verdure varie sono comprese nel prezzo e reperibili in dei contenitori al fresco vicino al barbecue. Ottimo per noi, che in questo modo abbiamo potuto evitare contaminazioni da glutine, avendo acquistato per pochi euro una piccola bistecchiera molto pratica da portarsi dietro. Ed ottimo anche per risparmiare, visto che non è affatto il caso di svenarsi per assaggiare la pessima cucina australiana, quale che sia l’influenza (indiana, cinese, tailandese, giapponese o italiana).

    Altra cosa da fare appena arrivati a Uluru è noleggiare un’auto. Sono piuttosto care, con chilometraggio limitato (per scoraggiare scorribande nel deserto) e scoperte da assicurazione se si guida di notte. Però sei veramente libero di fare come ti pare, senza essere schiavo di bus, pulmini o (peggio) gite organizzate. Alcuni affittano l’auto ad Alice Springs, pernottano a King’s Canyon e lasciano l’auto a Yulara, ottima scelta che purtroppo noi non abbiamo fatto. Ma vanno dosate bene le energie, perché guidare in Australia è stancante, specie nel deserto, nonostante le strade siano perfette. Duecento chilometri nel nulla ne valgono seicento in Italia.

    Che dire di Uluru? Nulla. Va visto e basta. E se lo vedete, andate fino alla base, per scorgerne i solchi profondi lasciati dall’acqua, ed accorgervi di quanta acqua stia sotto al deserto. Strano questo deserto, me lo immaginavo diverso: è pieno di alberi, arbusti, con un caldo (è ottobre, però) di una bella giornata di giugno, con l’ombra che rimane fresca, e con le serate che vogliono una felpa.

    E poi fa effetto arrivare al laghetto, proprio sotto al monolito, per capire come mai possa apparire sacro questo gigante. La cosa che mi ha colpito di più, a Uluru, è stato il silenzio. Il buio no, quello l’avevo visto anche da altre parti. Ma il silenzio, con gli ululati dei dingo in lontananza, è dolcissimo. Questo va apprezzato di Uluru. Il resto è fuffa per turisti, dalla cena nel deserto (Sounds of Silence, una delle cose più ridicole, mancava la claque che dicesse “dai, forza, ora baciatevi, su!”), agli aborigeni in esposizione che raccontano come cacciavano i loro avi in squallide gite preconfezionate.

    Da segnalare, per gli appassionati di foto, il tramonto con il monolito che cambia colore (anche se forse gli Olgas rendono meglio in questo momento della giornata). Ci sono vari punti di osservazione in cui gustarsi l’evento, tutti comodamente raggiungibili dai resort.

    Simpatica l’alba vista sul dorso di un dromedario, per l’esperienza con questi animali particolari. E particolare anche la loro storia: vennero importati in Australia per il trasporto di vivande nel deserto. Con loro i pakistani e gli afghani, espertissimi allevatori e conduttori di dromedari, oltre che membri dell’impero coloniale britannico. La pista dei dromedari da Adelaide a Alice Springs a Darwin era tutta loro, tanto da essere chiamata la pista “afghana”, donde il nome “The Ghan” della linea ferroviaria Adelaide - Darwin. Ancora più curioso è che appena venne costruita la linea ferroviaria, molto più competitiva, afghani e pakistani si ritirarono in buon ordine, tornandosene a casa, chi coi dromedari, chi più semplicemente abbandonandoli nel deserto, dove tuttora sottraggono grandi quantità d’acqua alle altre specie animali. Si capisce perché gli australiani abbiano la fisima della quarantena e delle contaminazioni ecologiche, visto che tra conigli, bufali e cammelli mezzo continente è squilibrato.

    In questi tre giorni a Uluru riusciamo anche a riposarci, sfiniti dai sei giorni ininterrotti di tour, più o meno belli ma sempre intensissimi, e dai continui sbalzi climatici. Ne avevamo bisogno, anche perché adesso, dopo un giorno di stopover a Melbourne, ci aspetta la Polinesia

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    21 Gennaio 2008

    L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 4 - il Top End

    Qui le puntate precedenti:
    Prima parte, Sydney.
    Seconda parte, le Great Ocean Road.
    Terza parte, Kangaroo Island.

    Arriviamo a Darwin da Kangaroo Island via Adelaide venerdì 19 ottobre verso le due di notte. Alcune ore dopo avremo il tour di quattro giorni nel Top-End: tra Kakadu, Katherine Gorge e Litchfield ci spareremo più di mille chilometri, inevitabile ricorrere ad un tour guidato (in senso proprio: voce del verbo “guidare”). Lo abbiamo prenotato presso un’agenzia viaggi di Sydney: ci hanno garantito che sono ben informati ed equipaggiati per i pasti senza glutine.

    Alla decisione concorre il fattore caldo: non so bene come affrontare i rischi della calura per il cibo (che dovremo portarci sempre dietro, soprattutto pane e verdure, visto che mia moglie è celiaca), né su cosa far riferimento per il rischio disidratazione, cioè con che frequenza ci sono i distributori e i punti di ristoro, che strade conviene fare ecc.

    A posteriori, mi convinco che un viaggio del genere è invece alla portata di chiunque abbia un minimo di sale in zucca: Rovigo d’estate è molto più disidratante di qualsiasi posto visitato in Australia ad ottobre. Il vero problema, risolvibile con un’auto dal bagagliaio capiente, è la scarsa frequenza - ma neanche troppo - di punti d’appoggio. E’ sufficiente fare un’abbondante spesa di cibarie il meno raffinate possibile, munirsi di un contenitore tipo vasca di plastica, dove riporre il cibo accanto a blocchi di ghiaccio in busta che vengono venduti ovunque. Meglio lasciare l’auto all’ombra in modo da evitare il caldo eccessivo, considerato che trenta gradi li fa sempre, sia di giorno che di notte, quando la temperatura scende sì e no di cinque gradi.

    Del senno di poi son pien le fosse, ma ahimé capitiamo proprio in mani sbagliate. La guida - tale John Grant, un tasmaniano schizofrenico e sfasato - è disastrosa. Conosce poco o nulla dei posti che visitiamo (neanche dove fosse la croce del sud, che peraltro ad ottobre - scopriremo poi - è solo parzialmente visibile) e la mette sempre sullo pseudo-filosofico. Ma soprattutto, la sensibilità mostrata verso l’intolleranza al glutine di mia moglie è stata di segno addirittura negativo, con battute continue di pessimo gusto e completa ignoranza e indisponenza nei nostri confronti. Il che, da uno che deve anche prepararti pranzo e cena, è ovviamente imperdonabile.

    Superfluo dilungarsi sui posti, inevitabilmente bellissimi, che alleviano di molto il disagio: qualsiasi descrizione con foto potete trovarvela ovunque in rete. Il punto è un altro: come sempre, non appena ci siamo affidati a un’agenzia, abbiamo toppato.

    E’ inutile, gente: se parlate un minimo di inglese, lasciate perdere qualunque velleità del tipo “così risparmio tempo” o “pensano a tutto loro”. Di agenzie di viaggi così ne esistono pochissime, che giustamente costano. Il tour con Safari Connection, ovviamente acquistato tramite agenzia, ed ovviamente operato dalla controllata del mega-tour operator APT (Asian Pacific Touring) ha fatto tecnicamente cacare.

    Ovvio che non ci sia modo per ottenere alcun rimborso, neanche se l’ultima notte dormi con rane ovunque, bagni fatiscienti e camere che se venisse l’Asl di Napoli le farebbe chiudere all’istante. Neanche se una guida del genere l’ultima sera, dopo essergli stati dietro come ad un bambino (e per fortuna che in Australia c’è una legge seria sugli allergeni compreso il glutine, altro che la baraonda di casa nostra!), ti mette la salsa alla soia con amido di frumento sul risotto quasi di nascosto, e tu resisti all’impulso più che umano di metterci anche lui dentro quel risotto.

    Questo per raccontarvi l’esperienza passata nel Top-End, nonostante la bellezza inopinabile dei posti. Ovviamente, le uniche note organizzative che si distinguono sono quelle preparate da noi: l’Hotel dell’aeroporto di Darwin è ampiamente tra i migliori mai visti, nessun rumore, pulitissimo, elegante, con una piscina che da sola basterebbe a giustificarne la permanenza. Tre minuti e sei a letto, recita il claim nei pullmini navetta. In realtà ce ne vogliono sette.

    Dopo Darwin, mi sono definitivamente convinto che i viaggi è meglio organizzarseli da soli, affidandosi - spendendo, sì, ma meritano - ai piccoli tour operator locali, gestiti da gente del posto, che quei luoghi deve per forza amarli per portartici in viaggio.

    Ad ogni modo, valanghe di bagni nelle piscine naturali, vegetazione lussureggiante e l’impressione di vedere in che stato sono ridotti gli aborigeni: spesso ubriachi, sguardo assente se non carico di odio (a ragione, visto tutto quel che è stato fatto loro dall’uomo bianco). Questo soprattutto è ciò che ci portiamo come souvenir dal Top End.

    Ora, martedì 23 ottobre 2007, il viaggio continua nel deserto

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    14 Gennaio 2008

    Il Salice Blu, a Bellagio: il miglior ristorante gluten-free mai provato

    Tra le mille buone intenzioni (del 2008, del blog, della mia vita, ecc.) c’è anche quella di recensire tutti i ristoranti senza glutine provati sinora.

    Eh già, perché se di recensioni su ristoranti abbonda la rete, per il senza glutine il materiale scarseggia, per due ordini di motivi:

    1) è talmente difficile trovare un ristorante che cucini effettivamente senza glutine, che qualsiasi posto si trovi va già bene per definizione: la qual cosa non è propriamente vera, ma sfido voi a dover essere condizionati, in ogni viaggio, anche solo per un weekend, dalla scelta di posti informati, se non altro per stare tranquilli e rilassarvi senza stare male.

    2) dal primo motivo, discende spesso che il celiaco si trovi ad accontentarsi di quel che passa il convento: vada per quel che c’è, ma molto di frequente si rinuncia al gusto. Parliamoci chiaro: il pane gluten-free fa schifo (a parte quello di mia suocera cotto nel forno a legna), poi che uno se lo faccia piacere è un altro discorso.

    E’ consolante, e non poco, che i ristoranti informati si collochino in una fascia di ristorazione generalmente migliore della squallida media da spaghetti con gusci di cozze e vongole spacciati per “spaghetti allo scoglio”. E’ già molto, ma non mi basta. Siccome quando vado a pranzo fuori con mia moglie - che è celiaca - voglio che ci troviamo bene entrambi, intendo condividere le eccellenze per il senza glutine.

    Questo a pro sia dei celiaci, sia di chi si è svegliato e ha deciso di organizzarsi e fare una cucina per tutti.

    Per cominciare in bellezza, dunque, partiamo dal Salice Blu, a Bellagio, chef Luigi Gandola.
    Luigi vanta sette anni da turnante al Villa d’Este di Cernobbio, dove s’è imparato tutti i trucchi del mestiere. Da due anni è tornato al ristorante di famiglia, che ha riconvertito da discoteca per ragazzetti degli anni Settanta e Ottanta a ristorante emergente. A parer mio, fra qualche anno di Luigi ne sentiremo parlare.

    Noi abbiamo avuto il piacere di sentirlo parlare dal vivo, e vi giuro che ci staresti delle ore. A sentire esperienze e curriculum, gli daresti trent’anni, e invece non ne ha neanche venticinque. Contrariamente alla stragrande maggioranza dei ristoranti informati, non ha parenti celiaci: la “molla” per la virata verso il senza glutine è stato un pranzo con un’amica della sorella, che celiaca si era portata tutto da casa.

    Ci ha pensato un po’ e poi si è detto: ma pensa, io sono chef, premiato in giro per l’Italia, faccio le Olimpiadi di cucina, e non sono in grado di accontentare una persona allergica al glutine…

    Così, ha deciso: via dalla cucina (a vista, peraltro) tutta la farina ed i prodotti impanati, che vengono trattati in una saletta a parte: per le impanature utilizza un’ottima farina di riso, così non ha alcun rischio di contaminazione, né impoverisce i piatti “ordinari”.

    Insomma, è stato tutto un tripudio della vera cucina senza glutine: non quella dei succedanei chimici, ma ingredienti naturalmente privi: mais, formaggio, patate, ecc.

    Intanto, al posto del pane alcuni grissini di grano saraceno e lievissimi “ostie” di parmigiano (spazzolate a più riprese).
    Antipasti molto piacevoli al pesce di lago, in diverse lavorazioni.
    Ma la menzione speciale va agli strepitosi Ravioli, che stiamo tentando di replicare nella nostra umile cucina di casa. Da un impasto di patate e polenta, Luigi è riuscito ad ottenere una consistenza piacevolissima, morbida ma non appiccicosa, che dà ai ravioli una forma ben definita; il ripieno di pesce di lago ha poi fatto la differenza.

    Ottimo tutto il pranzo, compresi gli gnocchi alla zucca che ho mangiato io. Ma quei ravioli (che ovviamente ho assaggiato) erano speciali…

    Perciò, se vi trovate a Bellagio, celiaci o no, un salto al Salice Blu dovete farlo. E’ un po’ fuori dal paese, ma vi assicuro che - specie in località turistiche come quella - merita una deviazione.

    Ultimo cenno, al conto: secondo me, abbiamo pagato il giusto. E’ uno di quei ristoranti in cui ti metti seduto e ordini, ti rilassi, perché il conto non ti riserva amare sorprese. Come puntualmente è stato. Quando mi alzo più che sazio, ho bevuto benissimo, mangiato ancor meglio, mi sono state presentate autentiche opere d’arte, nella presentazione e nella realizzazione, e l’intolleranza al glutine non faceva alcuna differenza nella piacevolezza del pasto, quaranta euro li pago ben volentieri.

    ——————
    RISTORANTE SALICE BLU,
    Via per Lecco 33,
    Bellagio, 22021, Italy.
    Telefono:+39 (031) 950535

    Riferimento per il senza glutine: Luigi Gandola, chef.

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    22 Novembre 2007

    L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 3 - Kangaroo Island.

    (Qui la parte seconda)
    (Qui la parte prima)

    Martedì 16 ottobre: dopo la faraonica colazione al Padthaway Heritage, ci avviamo verso Adelaide. Sono ancora 300 chilometri buoni e per le 10, dopo le foto di rito alla bellissima tenuta, mettiamo la Toyota Camris (macchina impeccabile, confortevole e spaziosissima con portabagagli infinito) su strada alla volta della città delle chiese.
    Il tragitto non contempla bellezze eccezionali, il paesaggio diventa un po’ troppo monotono, ci fermiamo per la spesa a Murray Bridge, dove tra l’altro partono le crociere lungo il fiume Murray (che abbiamo già fatto a Sydney e che faremo al Kakadu, qui decliniamo), e per le 14.30 siamo ad Adelaide.
    Prenotiamo subito l’alloggio, di una bellezza disarmante: tutti appartamenti di fine ottocento restaurati e riportati all’antico splendore, arredati benissimo e dotati di ogni confort. Anche in questo la guida della National Geographic è impeccabile.

    Per una serie infinita di malintesi con la Hertz perdiamo l’intero pomeriggio a far la spola con l’aeroporto. Ad ogni modo, a parte il fiume che la attraversa, Adelaide non ha molto da mostrare, come tutte le città australiane, fatte più per viverci che per visitarle. Forse varrebbe la pena prendere il vecchio tram per la località marittima di Glenelg, ma non facciamo in tempo e comunque ci sono bastate le deliziose cittadine della Mornington Peninsula e della Great Ocean Road.

    Ora inizia la parte più “tosta” del viaggio: Kangaroo Island e Kakadu. Per evitare perdite di tempo, saranno sei giorni di tour. Subito dopo la due giorni di Kangaroo Island avremo l’aereo per Darwin, e la mattina prestissimo la quattro giorni nel Top End. La sera, per preparare i bagagli a mano da portarci via, rischiamo lo sclero totale. Almeno per Kangaroo Island, ne varrà la pena.

    Al mattino prendiamo il volo delle 7 e in quaranta minuti siamo a Kingscote, capoluogo di questa vasta riserva naturale (la terza isola d’Australia, considerando quest’ultima un continente), spettacolare e quasi disabitata. E’ un tripudio di koala, canguri, echidna, i coloratissimi uccelli cockatoo, foche nere e bianche, quando è freddo anche pinguini (che però preferiscono Phillip Island, famosa anche per le gare motociclistiche).

    Ci accompagna la Wilderness Adventure, un piccolo tour operator locale specializzato nelle gite per l’isola. Non è esattamente economico, ma il trattamento e la guida non fanno rimpiangere un solo centesimo: Greg è perfetto e preparatissimo, presta estrema attenzione ai dettagli ed alla tempistica e ci fa accedere a riserve e posti chiusi al pubblico. Davvero difficile apprezzare appieno l’isola senza l’aiuto di un esperto del genere. Siamo in 4 (massimo 6 persone a tour), e la coppia di signori del Kentucky è una compagnia molto gradevole. I pasti sono eccellenti (e vi assicuro che in Australia non è scontato!) e senza glutine per mia moglie, sia nel tour che in albergo (il K.I. lodge), dove ci attende una splendida camera con vista sulla baia. Sia lo spuntino che il pranzo del tour si svolgono in strutture dedicate, predisposte dal tour operator: un gazebo o un’area con barbecue, tavoli, sedie, ben riparati dal freddo e dalla pioggia. Normalmente a fianco c’è un’analoga postazione per i turisti indipendenti. Il vino, prodotto sull’isola, è ottimo.

    Kangaroo Island è uno dei posti più belli che visitiamo, grazie alla Wilderness Adventure: detto da uno che i tour li organizza e spesso pretende la perfezione assoluta, non è poco.

    Di contro, la fregatura peggiore ce la becchiamo nel Top End, ma questo, per non rovinare post e fegato qui, lo scriverò in una sezione apposita.

    (continua… hai voglia se continua…)

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    20 Novembre 2007

    L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 2 - la Great Ocean Road

    (qui la prima parte)

    Domenica 14 ottobre: Great Ocean Road!!!
    Uno dei percorsi stradali più belli, affascinanti, divertenti del mondo, ha una genesi interessante: è al contempo un capolavoro, un’indispensabile via di comunicazione ed un ammortizzatore sociale.

    Siamo nel 1919, subito dopo la Grande Guerra, ed è pressante l’esigenza di trovare un’occupazione ai reduci del Victoria (nonostante fosse già Australia dal 1900, la distinzione in Stati è ancora molto marcata). In una sorta di New Deal ante-litteram e molto più piccolo, si opta per la costruzione di una strada che colleghi via terra tutte le località marittime (e vacanziere) della costa sud (Lorne, Apollo Bay, Cape Otway…), e che possa restare ad imperitura memoria. La necessità del collegamento terrestre nella Shipwreck Coast (costa dei naufragi) appare evidente; non lo è il desiderio di realizzare un percorso suggestivo in quest’angolo sperduto di mondo, con pochissime auto e ancor meno abitanti. Sembra quasi un vezzo per pochi ricchi, un costoso orpello a vantaggio di pochi.

    A quasi ottant’anni dal completamento (i lavori terminarono nel 1932), mai infrastruttura fu più lungimirante, e la Great Ocean Road, che si snoda per 300 chilometri circa tra Torquay e Warrnambool, è una collezione di scenari irripetibili, dai surfisti di Torquay, alla placidità di Lorne, alle curve mozzafiato di Apollo Bay, al parco di Cape Otway, alla desolazione che precede i Dodici Apostoli, alle balene di Warrnambool.

    La Great Ocean Road ce la sorseggiamo come un Verdicchio ghiacciato, con qualche pausa obbligata (l’ingresso, dopo Torquay; Lorne; Cape Otway; i Dodici Apostoli) e qualcun’altra evitabile (Torquay, insignificante). Arriviamo a Port Fairy che è buio pesto, pedaggio da pagare alla visione dei Dodici Apostoli al tramonto, il momento migliore della giornata.

    A Port Fairy ci aspetta una villa da mille e una notte: Jacuzzi con vista Oceano, camera da letto praticamente in mezzo alla scogliera, arredamento minimalista americano e silenzio assordante. Come entriamo ci assale un cielo che trabocca di stelle, e che entra a forza nella stanza da letto. Trovare un posto così da diciottomila chilometri di distanza è questione di bravura. E di Rete, soprattutto.

    Lunedì 15 ottobre: ancora viva la sbornia da Great Ocean Road, ci aspettano i paesaggi più monotoni - ma rilassanti, perché no - del Coonawarra, nella parte interna della Limestone Coast. Trecento chilometri circa, percorsi col cruise control, durante i quali incroceremo tre o quattro paesi, reclamizzati come attrazioni che da noi non vedrebbero un turista manco se tutt’Italia andasse a fuoco. Giusto i vigneti, che coprono la zona di Naracoorte, meritano un assaggio approfondito, ma, oltre a passare prima delle quattro per trovarli aperti (!) bisogna beccarci: a me due Cabernet Sauvignon non sono piaciuti affatto (e di vini ne ho assaggiati neanche pochi), con l’aggravante che se la polizia stradale di becca con un po’ d’alcool in corpo sei finito.

    La notte (avevo prenotato ad Adelaide, commettendo l’errore di avere fretta - e due! - e di sottovalutare la strada: trecento chilometri qui equivalgono a seicento in Italia, dove la guida a destra, le autostrade e soprattutto il paesaggio mutevole rende meno stancante il percorso), la passiamo al Padthaway Heritage. Seguendo la felicissima intuizione di Francesca, ci troviamo in un palazzo signorile in stile italiano, con una fattoria enorme, e vigneti ovviamente, e due ospiti gentilissimi. La camera è una reggia, sontuosa negli arredi e curata nei dettagli. Lo stile - italiano fino all’osso - stona un po’ col paesaggio intorno e con la sala colazioni anglosassone, ma è maestoso fin quando si resta nel reparto relax-notte. Chiaro, siamo in Australia, in Italia posti simili sono cento volte più belli (uno per tutti, la dimora di Lorenzo di Pianogrillo); purtuttavia, un piacevolissimo soggiorno, con una ricca e sana colazione. La cosa curiosa è che la sera ci servono del vino di fianco al caminetto acceso: dopo l’assaggio di tutte le qualità prodotte, che già ci sarebbe bastato, vediamo arrivarci due bicchierozzi da 33 ricolmi del vino da noi indicato come il preferito, con una piccola ciotolina di pistacchi da mangiarci a fianco. La notte scorre veloce e tranquilla, ed anzi la sveglia è un po’ problematica…

    Now, it’s time to go to Adelaide.

    (continua…)

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    16 Novembre 2007

    L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 1 - le premesse, e Sydney

    Chiariamo subito una cosa: non abbiamo assolutamente voglia di passare come quelli che si credono i migliori, sappiamo fare tutto e bene, e patapim, e patapum.

    Solo, vorremmo mettere in rete, a beneficio di quanti un giorno volessero fare un giro simile al nostro, le informazioni salienti del nostro itinerario, visto che noi di informazioni ne abbiamo avute tante per alcuni posti, e praticamente nessuna per altri.

    Quello che segue è il nostro viaggio, con le nostre impressioni, le nostre valutazioni ed i nostri consigli, ed anche i nostri errori. Speriamo torni utile.

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    Innanzitutto: lasciate perdere le agenzie di viaggi. Dimenticatele. E’ come voler organizzare un’ottima cena e chiedere a qualcuno di andarvi a fare la spesa al supermercato. Lasciate stare. Al limite, al supermercato andateci voi, se non altro risparmiate. Il cibo fatevelo in casa, o andate nelle botteghe o dall’artigiano. Vale per il cibo come per i viaggi: la roba è migliore.

    Dice ma, sai, la sicurezza, pago tutto all’agenzia, non mi ammattisco… ok, ok, fate pure, poi non dite che non vi avevamo avvisati. Sappiate solo che senza agenzie abbiamo risparmiato tra i 3 e i 6 mila Euro, andando in posti molto più lussuosi, viaggiando molto meglio, più calmi e riposati, e con diverse notti in più in albergo. Non so qual è il vostro stipendio, io per quella cifra lì mi ammattirei molto volentieri… comunque…

    Altre, doverose premesse:

    1) Un viaggio di nozze non è un viaggio come gli altri. Come mi disse mio padre all’aeroporto, un viaggio di nozze deve distinguersi. Ergo: fate tutto in modo da ridurre le possibilità che vi vada storto. In soldoni: informatevi bene, pianificate bene, spendete per il meglio, ché chi più spende meno spende. Detto per inciso: mia moglie è celiaca, quindi per noi le incertezze erano anche maggiori, e le attenzioni dedicate ovviamente alte.

    2) Un viaggio di nozze avviene, generalmente, per definizione, dopo le nozze. Sarete quindi molto stanchi: evitate di fare i rambo, con fusorari, sbalzi climatici e stress non si scherza. Pertanto, che la prima parte del viaggio sia riposante e non comporti eccessivi sbalzi climatici evitabili.
    Esempio: se, come fanno in molti, all’Australia abbinate la Polinesia, e se partite nella nostra estate, andate prima in Polinesia e poi in Australia: passare dall’estate all’inverno in un giorno, stanchi del matrimonio e con nove ore di fusorario è molto peggio che farlo con tre ore di fusorario ma rilassati e riposati.
    Ugualmente, non fissate escursioni o spostamenti il giorno dopo l’arrivo: date al vostro povero corpicino almeno due giorni per assestarsi (anche perché un’onestissima diarrea il giorno dopo è il minimo che dovete aspettarvi dopo un viaggio così… e forse è il caso di non trovarsi in escursione, no?)

    3) Il caro vecchio Vujadin Boskov diceva: meglio perdere una partita sei a zero che sei partite uno a zero. Tradotto dal pallonaro: meglio farsi tre voli in un giorno che tre giorni da un volo. Fare e disfare valigie un giorno per l’altro è molto più stressante di attendere in aeroporto: quindi l’arrivo-pomeriggio-partenza-mattina-dopo limitatelo al massimo, quando proprio non potete farne a meno.

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    Detto ciò, passiamo all’illustrazione del percorso:

    Nozze sabato 6 ottobre; partenza domenica 7 ottobre alle 18.30 da Bologna, molto vicino al luogo del matrimonio. Dovendo infatti farci 26 ore di volo, abbiamo pensato che partire la sera dopo, già belli stanchicci del matrimonio, non avrebbe influito sul viaggio, tanto saremmo arrivati rincoglioniti lo stesso. Arrivo puntuale alle cinque e dieci di mattina di martedì 9 ottobre a Sydney.

    Un altro ennesimo doveroso inciso: in aereo si crepa dal freddo, perché il riscaldamento è tenuto al minimo. Sono circa 13 gradi, forse qualcosa meno: in questo modo si evitano odori sgradevoli e la sensazione di soffocamento, però si rischia la bronchite, quindi attrezzatevi con giacche e foulard. Evitate di abbuffarvi con quegli schifosissimi pasti e soprattutto di berci dell’alcool, cosa che puntualmente ho fatto io e che mi ha regalato un fantastico mal di stomaco nausea inclusa il primo giorno a Sydney.

    Abbiamo scelto di arrivare al mattino, e non di sera, per guadagnare un giorno e aggirare subito il fuso, forzandoci di restare svegli almeno fino al tardo pomeriggio. In effetti, la mattina è passata bene, poi verso le due ha iniziato a venirci un sonno grandioso, che abbiamo finalmente soddisfatto verso le sei di sera, all’imbrunire. Così facendo, la mattina alle cinque eravamo già belli freschi e riposati, proprio all’inizio della giornata. Allineando i propri ritmi alla luce solare si recupera molto più in fretta.

    Quattro giorni per Sydney sono anche troppi, a dirla tutta, pur essendo ottimi per rilassarsi. A parte una passeggiata nei giardini botanici e l’Opera House, il resto è un film già visto. Meglio dedicarsi alla natura, ragion per cui un’escursione alle Blue Mountains o alle spiagge nei dintorni è più che consigliata. All’inizio del viaggio però erano doverosi.

    Sabato 13 ottobre, belli riposati e oramai allineati col fuso, aereo per Melbourne, dove ci attende una Toyota Camris a noleggio: le valigie entrano nell’ampio portabagagli che è un amore, mentre il cambio automatico toglie il pensiero delle marce, che già c’è quello della guida al contrario! Da Melbourne, che non visitiamo, percorriamo tutta la Mornington Peninsula, fino a Sorrento (!). L’ultima parte del tragitto è molto bella, mentre prima sono tutti quartieri residenziali travestiti da borgate: è stranissimo il contrasto tra l’eleganza delle villette con giardino nelle strade secondarie e lo scenario da ghetto americano intorno alla ferrovia dei commuter; è comunque un travestimento, perché di criminalità non se ne vede.

    Traghetto da Sorrento per Queenscliff: avremmo dovuto alloggiare al Queenscliff Hotel, che solo a vederlo emoziona, con tutte stanzettine ognuna dedicata ad un passatempo, biliardo, lettura, scacchi, camino acceso, che in una giornata uggiosa come quella, avrebbero rilassato anche il più agitato degli insonni. Però… però la fretta di prenotare (grosso errore), ed anche le mancate risposte del Queenscliff alle nostre email (azz… potevamo telefonare…) fino a due giorni prima ci fanno ripiegare verso un posto molto bello ed elegante (l’Haymarket Hotel), con personale molto gentile e camera con idromassaggio, situato però a Geelong, una cittadina molto meno affascinante, nel quartiere più squallido. Arrivando da Queenscliff, sembra di passare da Amalfi a Milano Marittima nel mese di marzo.

    (continua…)

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