TOURblog

Il diario popolare dei viaggi di Angelo Recchi, tour leader (con un’attenzione particolare al gluten-free)

Archivio della Categoria 'Cronache di viaggio'

24 Ottobre 2008

Nella Fifth Avenue a New York: delusionissima Apple, sorpresona Schwartz

Una delle tante cose da raccontare del viaggio a New York è sicuramente l’esperienza al mega store della Apple. La segreteria telefonica del negozio esordisce così: “Se volete informazioni sull’orario di apertura, è molto semplice: non chiudiamo mai!“. Chiaro che se hai un Mac in casa, scopri la Apple come migliore dei mondi possibili per un computer, il mega store sulla Fifth Avenue diventa più della Mecca per un musulmano.

Gran delusione, non tanto sul negozio (perfetto se siete dei fan sfegatati della mela), ma sui prodotti - che peraltro già conoscevo. Nulla di veramente diverso, migliore, esaltante, neanche l’I-Phone. Tanto sostengo che il Mac sia il top per un computer - nessun problema, semplicità d’uso estrema, compatibile con tutto, silenziosissimo, ipercontrollabile, supesicuro - quanto credo che per il resto sia un negozio di moda, con relativi prezzi. Trovo assurdo spendere cifre mostruose per gli Ipod.

Insomma, perse due ore a navigare su Internet al negozio Apple, e conclusa di fatto la serata, il giorno dopo attraverso la via della Columbus Parade e vado al negozio di giocattoli a fianco (FAO Schwarz). Bastano le foto: non aggiungo altro o ingabbierei l’inenarrabile.

Se andate a New York, passate PRIMA lì, e poi, se avanza qualche minuto, all’Apple store.

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20 Ottobre 2008

Di ritorno da Philadelphia e New York. Prime impressioni

Eccomi tornato dal viaggio di undici giorni nella culla della storia occidentale contemporanea: Philadelphia, sempre snobbata - ma dove si ebbe la prima dichiarazione “Noi, popolo…” - e New York, mai troppo elogiata. Alcune impressioni a caldo, anche se ho idea che verranno giù post su post, perché di cose viste e pensate ce ne sono un mare.

1. Crisi o no, vista così l’America dà l’impressione di avere le carte in regola per rialzarsi. Imprenditorialità, voglia di sacrificarsi e semplicità (mentale, e dunque burocratica) sono una miscela estremamente vantaggiosa. Se tornano a farsi qualche torta di più in casa e a sperperare un po’ meno sulle scemenze (e ci sono scemenze per tutti i gusti), dalla crisi ne escono fuori bene.

Nota: non è stato un viaggio esclusivamente turistico, c’è stato anche un po’ di business, quindi ciò che affermo lo faccio a ragion veduta.

2. Per il senza glutine la situazione sembrava un po’ difficile alla partenza. Nulla di tutto ciò: molti ristoranti informati, altri in grado di soddisfare le esigenze, ma soprattutto prodotti disponibili più o meno ovunque. Addirittura un negozio esclusivamente gluten-free accanto ad uno di quegli stradoni immensi che vanno dal centro alle zone residenziali di periferia, tra Philadelphia (Pennsylvania) e Cherry Hill (New Jersey).

3. As usual, affittato appartamento con cucina: oltre che più economico (anche col cambio favorevole, New York è costosa), si va sempre sul sicuro. Avevamo comunque mappato i ristoranti senza glutine di Manhattan.

4. A conti fatti, per il senza glutine in autonomia, il posto peggiore finora visitato resta l’Italia, in cui uno che non parla italiano deve affidarsi ad un prontuario non immediatamente comprensibile per capire cosa può mangiare e cosa no. Anche negli Usa, che a livello istituzionale non brillano per sensibilità al gluten-free, i supermercati (specie Wholefood e Trader Joe’s) sono ben forniti di prodotti, peraltro ben segnalati. E in etichetta, ovviamente, la presenza del glutine è sempre segnalata (o come gluten, o come wheat = farina). Oltretutto, va anche detto che in Usa le lacune istituzionali vengono colmate egregiamente da club e associazioni, che spesso fanno pressione sulle catene di supermercati, ottenendo buoni risultati.

5. Ultima nota: anche negli Usa c’è un pane gluten-free strepitoso. Come caspita è possibile che solo in Italia - a livello di grande distribuzione - non esista? L’unico buono finora assaggiato in Italia è quello di Le Ben, a Roma, per il quale non ci si può avvalere del buono (a meno che, mi sembra, uno non sia del Lazio). Per il resto, il pane senza glutine fa schifo. Senza mezzi termini, schifo e basta. E non meniamola con la storia che ha meno ingredienti: la lista è la stessa, solo che qui sa di plastica (se va bene). Urgono soluzioni.

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1 Aprile 2008

Giovedì e venerdì prossimi in esplorazione

Il 3 e 4 aprile si va in esplorazione, alla scoperta delle Marche: se mi definisco Scopritore delle Marche c’è un perché.

Naturalmente, la scoperta è un processo continuo, che necessita di “aggiornamento”. In questi due giorni mi dedicherò al Piceno, uno dei luoghi più belli d’Italia. Via Sarnano, arriverò sui Sibillini, poi di sfuggita Ascoli e infine verso la costa, con tappa a Offida. Nel tragitto, posti, luoghi, ristoranti, negozi, spacci, panorami e racconti. E foto, che spero di mettere online quanto prima.

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25 Marzo 2008

Di ritorno dalla settimana bianca in Trentino

L’avevo già scritto e lo confermo, il Trentino (assieme all’Emilia Romagna) è l’NBA del turismo italiano, organizzazione ai massimi livelli per quel che può dare l’Italia. Sono appena tornato da una fantastica settimana bianca in Val di Fassa, ancora stupito da questa magnifica regione.

L’ultima volta a sciare qui era tanto tempo fa. Ora torno e trovo:

1) alberghi tutti con salone benessere gratuito (e questo si sapeva), puliti, eleganti e di qualità elevatissima;
2) skipass a circuito integrato validi in tutte le Dolomiti (mi hanno detto che non è una novità recentissima, per me sono di una comodità pazzesca, altro che timbrare quel pallosissimo cartoncino con la mano intirizzita);
3) depositi sci tutti riscaldati;
4) seggiovie quasi tutte con cupola protettrice, così anche con la bufera non ti congeli;
5) ristoranti che si associano per proporre menu caratteristici a prezzi un po’ più accessibili;
6) rifugi nei quali passeresti una giornata, tanto sono curati, decorati ed accoglienti.

Male invece - e va detto - sul versante gluten-free, al quale sono ovviamente molto sensibile: molta buona volontà ma poca preparazione seria sul problema, che porta inevitabilmente ad imbarazzi più o meno fastidiosi se si sceglie la mezza pensione (che per fortuna abbiamo evitato, tranne l’ultima notte per motivi contingenti). Gli alberghi sono ancora pochissimi, basterebbe averne un paio per valle (considerato l’altissimo numero, anche un paio per paese non sarebbero chissà quanti), mentre i ristoranti aderenti al progetto AIC sono praticamente inesistenti.

Idem dicasi (nota marginale, ma per me importante) per i distributori di metano: tre in tutto il Trentino Alto Adige - tutti in prossimità dell’autostrada - sono decisamente pochi per una regione che campa moltissimo di turismo.

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14 Marzo 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 7 - Polinesia, Cook Islands

[disclaimer: intanto lo metto online così. Seguiranno formattazioni, link, foto eccetera, sennò va a finire che non lo pubblico più!]

Se dovessi nominare un posto che mi dia l’idea del relax, del dolce far niente, del sogno ad occhi aperti, da sempre direi la Polinesia. Ma non quella delle riviste patinate, quella degli overwater, autoctoni come la papaya in Val d’Aosta; nella nostra Polinesia c’è pochissimo, modernità sì ma solo a tratti, solo dove serve.

E’ ovvio che una richiesta così vada posta nella blogosfera, soprattutto per l’alloggio. Cercando cercando, incappiamo nel blog di David Stanley, veteran travel writer del Pacifico.

Rarotonga, nelle Isole Cook, destinazione proposta dall’agenzia, va benissimo (spezziamo qualche lancia, ogni tanto!). L’alloggio decisamente meno: il romantico Little Polynesian, boutique da trecento euro a notte senza uno straccio di cucina (che farebbe comodo a tutti, specialmente a chi deve prepararsi pasti gluten-free), è un salasso della peggior specie.

Navigando un pochettino incontriamo due personaggi coi quali avremmo fatto amicizia non appena giunti a Rarotonga: Stefano Manelli e Roberta Lugli, milanesi capaci di venirsene qua, aprire un ristorantino e cambiar vita, come solo gli anglosassoni credevo potessero fare. Da loro, persone deliziose quali sono, arriva la dritta giusta: andremo alle Sokala Villas, alloggi spaziosi, puliti, bellissimi, con piscina privata e spiaggia a dieci metri.

Unico neo: pare che a Rarotonga verso fine ottobre il tempo non sia così splendido. Però, a mezzora di aeroplanino in miniatura c’è Aitutaki, imperdibile gioiello dove il sole splende con più frequenza. Perciò faremo così: arrivo e tre giorni a Rarotonga, tre giorni ad Aitutaki e gli ultimi quattro di nuovo a Rarotonga. Il meteo ci darà ragione.

L’arrivo a Rarotonga, da Melbourne via Auckland, pur essendo di notte, è proprio come uno se lo immagina. Sin dall’aereo, i passeggeri autoctoni, le hostess e persino il pilota sembrano comparse di un film, e all’atterraggio, lo speaker se ne esce con un “Welcome to Paradise” da show nani e ballerine. Al ritiro bagagli, come da copione, un omino dall’aria assonnata (sono le tre di notte) ci suona con l’okulele (il loro mandolino) una canzoncina di benvenuto. Le melodie di quaggiù sono attraenti, ma molto strane: un misto di dolce e malinconico, come un sole che non dura ed una pioggia che nutre, ma non rinfresca.

Il profumo delle gardenie che ornano le nostre ghirlande (sì, ci sono anche quelle!) è incredibilmente ubriacante. La villa, sotto la luce della luna, con i fiori in ogni stanza e la sagoma della laguna di fronte, ci lascia senza parole.

Nulla da dire: nell’accoglienza, i polinesiani sono maestri.

Abbiamo viaggiato nel tempo, in tutti i sensi. Domani è un’altra volta sabato 27 ottobre, scherzi del fusorario! Al ritorno ci sdebiteremo rinunciando ad un lunedì: nulla da dire, il cambio è favorevole anche sulla data!

Inevitabilmente lo passiamo per la maggior parte a dormire, ad esplorare la zona, a fare un giro in centro, il tutto intervallato dai bagni in laguna. L’acqua, sempre un po’ caldina, bassa e con una corrente fortissima, invoglia più che altro a stare in ammollo. Un bagno vero e proprio, da queste parti, è difficile farlo. Ma dentro e fuori dall’acqua la temperatura è identica, ed è quella la sensazione piacevole: un’umidita non appiccicosa, ma rilassante.

Le ragioni di tanta umidità le scopriamo presto: i nuvoloni che sabato sera avevano iniziato a buttare acqua, domenica non ci danno tregua. Del resto, se la vegetazione è così lussureggiante, un motivo dovrà pur esserci, no? Peccato che alternative al mare di domenica non ve ne siano: i missionari, oltre a distruggere la cultura locale, hanno reso la domenica come neanche il sabato per un ebreo ortodosso. Praticamente nulla di aperto, un autobus a mezzo servizio che gira l’isola in senso orario, nessun tipo di divertimento a parte la spiaggia. Aggiungetevi pioggia torrenziale, mescolate il tutto e otterrete una domenica non propriamente bestiale.

Vabbè, poco male: dopo due giorni di tempo a singhiozzo - che però non ci ha impedito di fare bagni su bagni - ce ne voliamo ad Aitutaki. Ecco la Polinesia che sognavamo! Questo gioiello a trecento chilometri dalla capitale è un atollo purissimo, l’unica altura non supera i trecento metri, ergo nessun catalizzatore di nubi a differenza di Rarotonga. Al pari di tutte le isole del Pacifico, una barriera di corallo separa la laguna dall’Oceano, al quale si accede solo tramite una bocca, generalmente artificiale.

E qui apriamo un altro capitolo. Almeno due sono le domande che uno deve porsi sulla Polinesia.
La prima è come hanno fatto a giungere fin qui delle popolazioni che non conoscevano neanche la vela.
La seconda, come facevano i primi polinesiani a sopravvivere, e come mai sono tutti grandi e grossi?

In effetti, per il primo quesito ancora si stanno scannando. C’è voluto un mix di genetica, meteorologia, qualche rarissimo reperto archeologico ed il coraggio dello strepitoso Thor Heyerdahl per formulare la teoria più convincente. Thor aveva notato come le leggende popolari parlassero di una grande terra al di là del mare, e come molte cose (tra cui i tratti somatici dei maori, diversissimi dagli aborigeni australiani) avessero similarità col sudamerica. C’era anche, per inciso, il mistero della colonizzazione dell’Isola di Pasqua, lontanissima tanto dalla Polinesia quanto dal Sudamerica. Contestato dal mondo accademico (come sempre in questi casi), Thor decise di solcare il Pacifico con una zattera il più possibile identica a quelle con cui si pensa fossero arrivati i primi polinesiani. Sfruttando le correnti, la pesca ed i viveri a bordo (rigorosamente simili a quelli del tempo), in 101 giorni Thor arrivò sulla barriera corallina, dopo aver percorso 4300 miglia nautiche (al cambio attuale, quasi ottomila chilometri).

Per la seconda domanda, la risposta va cercata nelle palme da cocco. Dal tronco esile eppure flessibile e resistente, questo albero fornisce ottimo legname, corde e materiale di copertura con le foglie (sembrano piccole e fragili, in realtà sono durissime ed enormi), e nutrimento con i propri frutti. La noce di cocco, solo con l’acqua, dà un apporto energetico pauroso; certo, se ti becca in testa, l’apporto te lo leva tutto, e rischi di rimanerci secco.

Non è invece utile il pesce corallino, per via della ciguatera, intossicazione da tossine di corallo, che possono avere conseguenze serie (letali, in qualche caso). Per tanto non illudetevi di trovare ricette tipiche di pesce: in generale si cucinano prodotti della terra, il pesce è oceanico (tonno, barracuda).

A quanto sono grossi i polinesiani forse Darwin e la genetica potrebbero rispondere. Chissà, magari il fatto che la navigazione così difficoltosa per raggiungere le isole ha selezionato solo i più robusti con più riserve di cibo in corpo, o quelli dal metabolismo più lento. Sta di fatto che comprare una camiciola taglia ragionevole nei negozi locali è praticamente impossibile (altro che massificazione): partono tutte dalla XL (rare), per arrivare alla XXXXL!!!!
Ma fa ancora più effetto trovarsi di fianco a questi giganti, tanto grossi quanto proporzionati nelle forme (ovvio, quelli non obesi), che uno come Bud Spencer ci fa la figura del piccoletto. Va da sé che se questi qua li prendi, li prepari atleticamente e gli insegni a giocare a rugby sin da piccini, diventano leggende indiscusse: come lo fermi un Lomu?

Dicevamo: arriviamo ad Aitutaki, e già da sopra iniziamo a sognare. E come mettiamo piede in terra, ci rendiamo conto della semplicità di posti così. Innanzitutto ci danno le valigie a mano, uno per uno (l’aereo avrà portato trenta persone a dir tanto), come fossimo ad una gita scolastica. Poi, ai cancelli (ma saremmo potuti uscire da dovunque, altro che metal detector) ci aspetta Ron, un omino stranissimo, subito un mito: tranquillo, pacioso, sorridente, all’inizio non sembra manco tanto normale, ci carica su un pulmino un po’ scassato, e ci porta al residence. Viene dal lontano arcipelago Nord, dove non c’è molto lavoro, ed è il tuttofare al Paradise Cove, dove alloggeremo. Il posto è semplice, bungalow piccolini, ma puliti ed attrezzati, e soprattutto, a dieci metri dal mare: la barriera corallina è proprio davanti a noi, con la maschera e le scarpette è a circa cinquanta metri dalla riva.

I tre giorni ad Aitutaki, tra crociera, relax, sole, bagni, tramonti in laguna, cene romantiche e feste polinesiane sono uno spasso. In effetti, tre giorni sono più che sufficienti, tanto più che l’isola è molto piccola e le attività possibili sono limitate.

Da leggenda la licenza di guida per le isole Cook (non è sufficiente la patente internazionale): un poliziotto stravaccato sulla poltrona dell’ufficio (quando c’è), che ridendo mette un timbro e riscuote il bollo. Per quanto di stampo sudamericano, molto più semplice che da noi :-)

Ad Aitutaki imparo ad aprire le noci di cocco con il tondino di ferro piantato a terra; un tripudio di frutta tropicale (la papaya è lassativa, occhio!!!) ci accompagna ovunque, così come il sorriso della gente. Ogni tanto incappiamo in qualche bottega pseudo-tipica, gestita da qualche fulminato americano o europeo di chissà quale origini e quale storia.

Pur avendo la piastra per cucinare, preferiamo andare al ristorante, visto che i prezzi sono abbordabili anche in quelli di altissimo livello (che sul senza glutine sono mediamente ben preparati), dato il cambio molto favorevole. Ed in effetti non rimaniamo delusi: la cucina è varia ed apprezzabile, anche se certi piatti sembrano usciti dalla fantasia di qualche maniaco, visti gli improbabili accostamenti di sapori.

Dopo tre giorni intensi, ce ne torniamo a Rarotonga, dove il sole ha iniziato a splendere con più frequenza. In effetti, è un altro vedere: a questi posti togli il sole e manca parecchio. Chissà, forse è per questo che la pioggia spesso dura poco, quasi non volesse disturbare.

Ad ogni modo, ci godiamo i nostri ultimi giorni del viaggio di nozze nel più completo relax, prima di riprendere il lavoro. Quaranta ore di aereo ed un cambio radicale di abbigliamento, dalle ciabatte al cappotto, ci attendono il lunedì (che poi sarebbe già martedì), e via Auckland - Sydney - Singapore - Parigi, arriveremo a Bologna: alla conta finale, gli aerei presi saranno diciannove!
Per fortuna, i bagagli li imbarchiamo a Rarotonga e non li rivedremo prima di Bologna. Si tratterranno una mezza giornata in più, e ce li recapiterà il corriere verso sera. Il fuso si farà sentire per qualche giorno, ma tutto sommato cercare di adeguarsi subito agli orari funziona.

Con questa cronaca di viaggio si conclude il racconto del nostro viagio di nozze. Alla partenza, aeroporto di Bologna, mio padre si raccomandò: i viaggi sono tutti belli, ma il viaggio di nozze è qualcosa in più. Il viaggio di nozze deve distinguersi…

Abbiamo attraversato mezzo mondo, e visto per la prima volta animali curiosi, una natura rigogliosa, deserti, paludi e billabong. Ci siamo fermati in silenzio sotto il Grande Monolito, in estasi davanti ai favolosi Mari del Sud. Abbiamo guidato per ore in mezzo a boschi e vigneti, per molte meno in mezzo al traffico, siamo passati dalle foglie gialle dell’Italia alle margherite australi, cambiato clima cinque volte, viaggiato nel tempo e raggiunto l’altro capo del mondo. Siamo giunti al Sud del Sud, abbiamo visto canguri, koala, coccodrilli, cockatoo, eucalipti, palme da cocco, mangiato del samphire, bevuto dal cocco appena aperto, assaggiato il vegemite, ammirato le politiche alimentari dell’Australia e della Nuova Zelanda. Abbiamo assaporato l’atmosfera delle città coloniali, quella delle città occidentali e quella dei villaggi (quasi) incontaminati. Abbiamo dormito in motel, tuguri, bungalow, appartamenti da sogno, case restaurate, palazzi neoclassici e ville vittoriane. Abbiamo conosciuto italiani emigrati oggi, italiani emigrati ieri, polinesiani grossi e piccoli, australiani very English, altri very American, altri semplicemente Aussie, aborigeni ridotti a fenomeni da baraccone, altri con qualcosa ancora da dire, altri italiani in viaggio di nozze, e rivisto amici di passaggio (?) laggiù.

E non ci siamo neanche ammalati. Insomma, mica male, no?

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22 Febbraio 2008

Un po’ preso…

Loreto vista dai vigneti

Due settimane piuttosto intense, impiegate - tra le altre cose - ad organizzare un hiking tour per metà settembre, nelle Marche. I partecipanti saranno un gruppo di vivaci newyorkesi di mezza età che, naturalmente, si aspettano passeggiate nella natura, con soste in cantine per degustazioni, e poi conclusione in trattorie per deliziare il palato e l’anima con le bontà delle Marche

Indubbiamente nelle Marche il materiale c’è, le strutture anche, sembra facile, no? Non proprio.

Organizzare un tour, e poi dirigerlo, è estremamente complesso, perché si deve mediare tra mille fattori: itinerari, attività, tempistica, alternative di ogni tipo (se uno si fa male, se piove, se vedi che ci si annoia troppo, se la cantina/ristorante non è disponibile all’ultimo momento, ecc.), bisogna incastrare tutto alla perfezione affinché i “rattoppi”, che fanno sempre cattiva impressione, siano minimi e ben gestibili.

Non solo: ristoranti, alberghi, cantine, itinerari, percorsi vanno ispezionati attentamente (di solito vado con mia moglie perché quattro occhi vedono meglio di due), nulla va lasciato al caso. L’improvvisazione è importante, ma va lasciata a pochissimi frangenti, anche perché in rete il tam-tam è impietoso.

Completata la fase “a tavolino”: sul web, via telefono, via amici ho identificato i posti e gli itinerari.

Ora, a proposta accettata (wow!), do il via alla fase due, cioè l’ispezione sul campo per i posti che non conosco o che non ricordo bene. Ad essa andrà abbinata l’analisi precisa dei costi e la contrattazione del prezzo con ristoranti, cantine, alloggi: è estremamente importante, perché spesso accade che non appena sentono parlare di turisti americani, diversi ristoratori (e albergatori, specie di piccolo cabotaggio) impazziscono e alzano i prezzi (che con l’attuale cambio sfavorevolissimo per gli americani equivale ad un salasso), invece di rimanere entro quote ragionevoli che consentono di attuare il tour.

Senza contare quei ristoranti che, nonostante ci porti a mangiare la gente, nonostante possano elaborare già da oggi un menu fisso (con conseguente riduzione dei costi e dei tempi di realizzazione), e nonostante un prezzo concordato, continuano a fare storie perché l’accompagnatore deve pagare… (a questo dedicherò un post apposito).

Poi ci sarà la fase tre: studio della tempistica e cura dei dettagli.

Visti così sembrano tre passaggi differenti e staccati. In realtà, sono sempre interlacciati, perché spesso i programmi vanno variati sulla base di costi innalzati a sproposito, indisponibilità delle strutture, slittamento delle date per qualsivoglia motivo. Ma anche perché in un dato periodo c’è un evento non conosciuto prima, per cui val la pena modificare il calendario.

Si capisce da queste righe come sia impegnativo organizzare un ottimo tour (impegni che inevitabilmente si riflettono sui costi del tour stesso). Ma vi assicuro che organizzarlo bene è una soddisfazione enorme. Detto ciò, visto che ci sto lavorando, appena testato sul campo il tour verrà proposto ai viandanti che passano su questo blog (o sul mio sito).

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24 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 6 - Un giorno a Melbourne

Lasciato il deserto, partiamo da Uluru per la Polinesia, destinazione Isole Cook.

Piccolo problema: l’unica compagnia che vola a Rarotonga è l’ottima Air New Zealand. Peccato che i voli dalla costa Est decollino tutti tra mezzogiorno e le due, che da Uluru si possa partire non prima di mezzogiorno e che quindi c’è da fare uno stopover di un giorno a Sydney o Melbourne.

Si dà il caso che a Melbourne viva il mitico Davide Schiappapietra, compagno di merende dei tempi universitari, tra le risate più grasse fatte in quel periodo memorabile. Naturale fermarsi da lui, tanto più che di venerdì aperitivo e cena fuori non fanno danni. L’intenzione era quella di elemosinare un pagliericcio a casa sua, ma Davide, che ringraziamo ancora, ci offre una bellissima camera in albergo a Carlton, proprio ai margini del centro.

Curiosa la sua storia: nato e cresciuto a Brugherio, praticamente sotto la torre di Mediaset, laureato in Scienze della Comunicazione, appassionato di radio e televisione, non riesce a trovare lavoro in Italia.

Decide di cambiare aria, e la cambia davvero, tanto che dall’altra parte del mondo lo prendono alla radio nazionale (la nostra Rai, tanto per capirci), per alcuni mesi lo chiudono a doppia mandata in uno stanzino a fare corsi di impostazione vocale, corsi di dizione, lezioni di inglese per impararlo alla perfezione, gli spiegano vita morte e miracoli della radio e lo affiancano ad un team di realizzazione di una trasmissione multilingua. Uno spettacolo la redazione: ogni scrivania una nazione, Davide lavora fianco a fianco con una coreana, poco più in giù un francese, uno spagnolo, un pakistano, indiano, cinese e via dicendo.

Curiosa la storia di Davide, mica poi tanto: è la storia di tanti emigrati moderni, di tanti laureati che vanno a lavorare (e lavorano, e guadagnano!) all’estero. Cara vecchia Italia, sei sempre la Cenerentola tra le più ricche: prima della guerra i contadini, dopo la guerra i minatori, ora i laureati, tutti verso le stesse destinazioni.

Il giorno a Melbourne è forse il più intenso, non per la città, che somiglia ad altre cento, per quanto sia eccellente nei servizi: un bel lungofiume sulle rive dello Yarra river, tante etnie mescolate insieme, il sindaco di Hong Kong, un sistema di trasporti efficientissimo, il circuito di Formula Uno in pieno centro.

E’ intenso per le emozioni, le storie da conoscere, le immagini viste. Gli studi radio che ci mostra Davide sono interessantissimi, non ne avevamo mai visti. Addirittura Francesca registra una base di apertura, che lui perfeziona col mixer. Il suo corner in redazione sembra la camera di un adolescente: poster del Milan, adesivi, segnalibri ovunque, post-it, computer sempre acceso, appunti sparsi un po’ ovunque.

E’ sempre lui: puoi spostarlo in capo al mondo, ma la sua fede milanista è incrollabile, anche se deve alzarsi alle sei di lunedì mattina per vedere il posticipo!

Già, è sempre lui, e la serata scorre via divertente, piena di aneddoti, racconti, macchiette che la sua indole curiosa e vivace partorisce in continuazione.

Mancava a questo viaggio un tassello: di solito, quando vado all’estero, capito sempre nelle comunità italiane. E’ accaduto a Londra - quando sono andato a trovare mia zia - accadde a Toronto per analoghi motivi, e a Vancouver per vedere la partita degli Europei 2000. Nello stesso periodo, ad Eindhoven per lavoro dovevo intervistare i tifosi italiani per Italia-Svezia: ce ne fosse stato uno che vivesse in Italia. Colonia, Belgio, addirittura Brisbane!, tutti felici di sentirsi finalmente italiani fra italiani. Ad Atene invece la comunità l’avevamo creata noi vacanzieri, festeggiando la vittoria del Mondiale sotto l’Ambasciata Francese non blindata, uno dei pochi vantaggi di trovarsi all’estero in un momento simile.

La lacuna si colma presto, nel dopo cena, anche perché Davide vive lì. A Carlton, che Sonego quarant’anni fa dipinse alla grande nel suo Diario Australiano, bar ristoranti e locali ambigui fanno a gara nello sfoggio di tutta la simbologia italica: Ferrari Nazionale Milan Pizza Pavarotti Cannavari e Pulcinelle debordano dalle vetrine. Ragazzotti che bevono ad alta voce, incollanati come i più retrò dei tamarri, fanno tenerezza. Parlano quell’italiano di una volta, quel dialetto che non c’è più. A volte non lo parlano neanche più l’italiano, ma vedessi come tifano quando c’è la nazionale.

Immagino la faccia dei tanti Alberto Sordi che all’epoca, quando divertimenti e donne scarseggiavano, andavano alla Casa dell’Emigrante rivaleggiando per elemosinare appuntamenti con due o tre cessi da competizione: “Ma che le uimmene so solo queste? Tre, pelose, e pure presuntuose!”.

Salutiamo Davide, che a marzo tornerà in Italia per qualche mese, prima di decidere se rimanere a vivere laggiù for good. E’ logico che voglia pensarci attentamente: va bene la modernità, va bene i trasporti efficienti, va bene anche Internet e le chat; ma l’Australia è sempre laggiù, a ventisette ore di viaggio e tanti soldi di aereo. Forse è uno dei pochi posti rimasti in cui davvero partire è un po’ morire.

(continua con la Polinesia…)

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23 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 5 - Uluru / Ayers Rock

Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.
Quarta parte, il Top-End.

E’ martedì 23 ottobre, siamo arrivati in Australia ormai da due settimane, e come ultima tappa del nostro viaggio in the Land Down Under scegliamo il deserto.
Uluru, o Ayers Rock a seconda che si voglia essere politically correct o meno, è raggiungibile da Darwin via Alice Springs, uno degli aeroporti più desolanti dell’Australia. Pulito, luminoso, ma ci sono tre negozi in croce, è lontanissimo dal paese (circa mezzora in auto), sicché per il nostro stopover di tre ore non vale la pena. Restiamo in sala d’attesa a chiacchierare, dopo aver cercato invano di noleggiare un’auto per il nostro arrivo ad Ayers Rock.

Il volo seguente dura un attimo: in tre quarti d’ora il nostro piccolo aereo raggiunge Yulara, base di partenza per la visita a Uluru.

Piccola digressione logistica: Uluru è il monolito, che sorge vicino ad un gruppo montuoso chiamato Monti Olgas o Kata Tjuta. A una quindicina di chilometri da Uluru, circa venti minuti di auto, c’è il paese di Yulara. Oddio, più che un paese è un complesso residenziale, formato da diversi alberghi, qualche campeggio, un centro commerciale e le case di chi lavora lì. In effetti, mette abbastanza tristezza, perché ricrea l’atmosfera del villaggio vacanze. Ma è l’unico modo per vedere il monolito, a meno di non alloggiare a circa ottanta chilometri di distanza, nei pressi di Monte Conner, che a differenza del suo omonimo marchigiano è disadorno ed estremamente desolato, con un piccolo e squallido alberghetto da mezza stella per risparmiare qualcosa.

Eh già, perché i prezzi ad Uluru sono veramente alti, dato l’oligopolio dei resort. Noi siamo stati al Pioneer Lodge, in camera standard, tre notti. Il bello di questo posto è il grandissimo barbecue al centro del complesso, dove poter cucinare l’ottima carne di canguro, emu, coccodrillo o manzo (ma anche pesce) acquistata al bancone attiguo. Insalate e verdure varie sono comprese nel prezzo e reperibili in dei contenitori al fresco vicino al barbecue. Ottimo per noi, che in questo modo abbiamo potuto evitare contaminazioni da glutine, avendo acquistato per pochi euro una piccola bistecchiera molto pratica da portarsi dietro. Ed ottimo anche per risparmiare, visto che non è affatto il caso di svenarsi per assaggiare la pessima cucina australiana, quale che sia l’influenza (indiana, cinese, tailandese, giapponese o italiana).

Altra cosa da fare appena arrivati a Uluru è noleggiare un’auto. Sono piuttosto care, con chilometraggio limitato (per scoraggiare scorribande nel deserto) e scoperte da assicurazione se si guida di notte. Però sei veramente libero di fare come ti pare, senza essere schiavo di bus, pulmini o (peggio) gite organizzate. Alcuni affittano l’auto ad Alice Springs, pernottano a King’s Canyon e lasciano l’auto a Yulara, ottima scelta che purtroppo noi non abbiamo fatto. Ma vanno dosate bene le energie, perché guidare in Australia è stancante, specie nel deserto, nonostante le strade siano perfette. Duecento chilometri nel nulla ne valgono seicento in Italia.

Che dire di Uluru? Nulla. Va visto e basta. E se lo vedete, andate fino alla base, per scorgerne i solchi profondi lasciati dall’acqua, ed accorgervi di quanta acqua stia sotto al deserto. Strano questo deserto, me lo immaginavo diverso: è pieno di alberi, arbusti, con un caldo (è ottobre, però) di una bella giornata di giugno, con l’ombra che rimane fresca, e con le serate che vogliono una felpa.

E poi fa effetto arrivare al laghetto, proprio sotto al monolito, per capire come mai possa apparire sacro questo gigante. La cosa che mi ha colpito di più, a Uluru, è stato il silenzio. Il buio no, quello l’avevo visto anche da altre parti. Ma il silenzio, con gli ululati dei dingo in lontananza, è dolcissimo. Questo va apprezzato di Uluru. Il resto è fuffa per turisti, dalla cena nel deserto (Sounds of Silence, una delle cose più ridicole, mancava la claque che dicesse “dai, forza, ora baciatevi, su!”), agli aborigeni in esposizione che raccontano come cacciavano i loro avi in squallide gite preconfezionate.

Da segnalare, per gli appassionati di foto, il tramonto con il monolito che cambia colore (anche se forse gli Olgas rendono meglio in questo momento della giornata). Ci sono vari punti di osservazione in cui gustarsi l’evento, tutti comodamente raggiungibili dai resort.

Simpatica l’alba vista sul dorso di un dromedario, per l’esperienza con questi animali particolari. E particolare anche la loro storia: vennero importati in Australia per il trasporto di vivande nel deserto. Con loro i pakistani e gli afghani, espertissimi allevatori e conduttori di dromedari, oltre che membri dell’impero coloniale britannico. La pista dei dromedari da Adelaide a Alice Springs a Darwin era tutta loro, tanto da essere chiamata la pista “afghana”, donde il nome “The Ghan” della linea ferroviaria Adelaide - Darwin. Ancora più curioso è che appena venne costruita la linea ferroviaria, molto più competitiva, afghani e pakistani si ritirarono in buon ordine, tornandosene a casa, chi coi dromedari, chi più semplicemente abbandonandoli nel deserto, dove tuttora sottraggono grandi quantità d’acqua alle altre specie animali. Si capisce perché gli australiani abbiano la fisima della quarantena e delle contaminazioni ecologiche, visto che tra conigli, bufali e cammelli mezzo continente è squilibrato.

In questi tre giorni a Uluru riusciamo anche a riposarci, sfiniti dai sei giorni ininterrotti di tour, più o meno belli ma sempre intensissimi, e dai continui sbalzi climatici. Ne avevamo bisogno, anche perché adesso, dopo un giorno di stopover a Melbourne, ci aspetta la Polinesia

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21 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 4 - il Top End

Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.

Arriviamo a Darwin da Kangaroo Island via Adelaide venerdì 19 ottobre verso le due di notte. Alcune ore dopo avremo il tour di quattro giorni nel Top-End: tra Kakadu, Katherine Gorge e Litchfield ci spareremo più di mille chilometri, inevitabile ricorrere ad un tour guidato (in senso proprio: voce del verbo “guidare”). Lo abbiamo prenotato presso un’agenzia viaggi di Sydney: ci hanno garantito che sono ben informati ed equipaggiati per i pasti senza glutine.

Alla decisione concorre il fattore caldo: non so bene come affrontare i rischi della calura per il cibo (che dovremo portarci sempre dietro, soprattutto pane e verdure, visto che mia moglie è celiaca), né su cosa far riferimento per il rischio disidratazione, cioè con che frequenza ci sono i distributori e i punti di ristoro, che strade conviene fare ecc.

A posteriori, mi convinco che un viaggio del genere è invece alla portata di chiunque abbia un minimo di sale in zucca: Rovigo d’estate è molto più disidratante di qualsiasi posto visitato in Australia ad ottobre. Il vero problema, risolvibile con un’auto dal bagagliaio capiente, è la scarsa frequenza - ma neanche troppo - di punti d’appoggio. E’ sufficiente fare un’abbondante spesa di cibarie il meno raffinate possibile, munirsi di un contenitore tipo vasca di plastica, dove riporre il cibo accanto a blocchi di ghiaccio in busta che vengono venduti ovunque. Meglio lasciare l’auto all’ombra in modo da evitare il caldo eccessivo, considerato che trenta gradi li fa sempre, sia di giorno che di notte, quando la temperatura scende sì e no di cinque gradi.

Del senno di poi son pien le fosse, ma ahimé capitiamo proprio in mani sbagliate. La guida - tale John Grant, un tasmaniano schizofrenico e sfasato - è disastrosa. Conosce poco o nulla dei posti che visitiamo (neanche dove fosse la croce del sud, che peraltro ad ottobre - scopriremo poi - è solo parzialmente visibile) e la mette sempre sullo pseudo-filosofico. Ma soprattutto, la sensibilità mostrata verso l’intolleranza al glutine di mia moglie è stata di segno addirittura negativo, con battute continue di pessimo gusto e completa ignoranza e indisponenza nei nostri confronti. Il che, da uno che deve anche prepararti pranzo e cena, è ovviamente imperdonabile.

Superfluo dilungarsi sui posti, inevitabilmente bellissimi, che alleviano di molto il disagio: qualsiasi descrizione con foto potete trovarvela ovunque in rete. Il punto è un altro: come sempre, non appena ci siamo affidati a un’agenzia, abbiamo toppato.

E’ inutile, gente: se parlate un minimo di inglese, lasciate perdere qualunque velleità del tipo “così risparmio tempo” o “pensano a tutto loro”. Di agenzie di viaggi così ne esistono pochissime, che giustamente costano. Il tour con Safari Connection, ovviamente acquistato tramite agenzia, ed ovviamente operato dalla controllata del mega-tour operator APT (Asian Pacific Touring) ha fatto tecnicamente cacare.

Ovvio che non ci sia modo per ottenere alcun rimborso, neanche se l’ultima notte dormi con rane ovunque, bagni fatiscienti e camere che se venisse l’Asl di Napoli le farebbe chiudere all’istante. Neanche se una guida del genere l’ultima sera, dopo essergli stati dietro come ad un bambino (e per fortuna che in Australia c’è una legge seria sugli allergeni compreso il glutine, altro che la baraonda di casa nostra!), ti mette la salsa alla soia con amido di frumento sul risotto quasi di nascosto, e tu resisti all’impulso più che umano di metterci anche lui dentro quel risotto.

Questo per raccontarvi l’esperienza passata nel Top-End, nonostante la bellezza inopinabile dei posti. Ovviamente, le uniche note organizzative che si distinguono sono quelle preparate da noi: l’Hotel dell’aeroporto di Darwin è ampiamente tra i migliori mai visti, nessun rumore, pulitissimo, elegante, con una piscina che da sola basterebbe a giustificarne la permanenza. Tre minuti e sei a letto, recita il claim nei pullmini navetta. In realtà ce ne vogliono sette.

Dopo Darwin, mi sono definitivamente convinto che i viaggi è meglio organizzarseli da soli, affidandosi - spendendo, sì, ma meritano - ai piccoli tour operator locali, gestiti da gente del posto, che quei luoghi deve per forza amarli per portartici in viaggio.

Ad ogni modo, valanghe di bagni nelle piscine naturali, vegetazione lussureggiante e l’impressione di vedere in che stato sono ridotti gli aborigeni: spesso ubriachi, sguardo assente se non carico di odio (a ragione, visto tutto quel che è stato fatto loro dall’uomo bianco). Questo soprattutto è ciò che ci portiamo come souvenir dal Top End.

Ora, martedì 23 ottobre 2007, il viaggio continua nel deserto

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16 Gennaio 2008

A Mantova, per Ludicamente, un Primo Maggio di qualche anno fa…

Sempre nel progetto “restauro sito web”, un altro pezzo su una città troppo spesso relegata a meta di scolaresche più o meno (dis)interessate alle sue opere d’arte. Con Ludicamente, iniziativa legata al mondo dei giochi (di ruolo, da tavolo, tradizionali), Mantova viene esaltata negli spazi, gli ambienti e l’atmosfera da città romantica su sfondo rinascimentale.

A Ludicamente, il primo maggio del 2004, abbiamo partecipato anche noi. Ecco foto e commenti.

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Il sole che si specchia nelle vecchie pescherie lascia ben sperare per questa giornata mantovana. Eravamo incerti se partire o no da Reggio, poi all’ultimo ci siamo detti: “Ma sì! Andiamo!”
sole sulle pescherie

I piccoli giocatori, a quanto pare, si stanno divertendo alla grande, concentrati nei loro lanci di tappini.
bambini che giocano a biglie

Ecco invece gli interni: non c’è il sole ma almeno, in caso di pioggia, si può star tranquilli!
le cantine del palazzo ducale

Sotto, la Francy coi due ragazzi vicentini che ci hanno insegnato il gioco del Signore degli Anelli (al quale ho avuto l’onore di battere Richard, ma ho preso anche una bella smazzolata da Francy).
Francesca e i vicentini

Qui, invece, il fantastico biliardo cinese (o qualcosa del genere), con l’appassionatissimo dimostratore toscano all’opera.
 il biliardo cinese

Non sarebbe una cantina, se non ci fosse il (sacrosanto) motto.
Il motto della cantina

Macarena, la nostra amica spagnola, prendendo alla lettera il motto alla sua destra, si lecca i baffi…
Macarena

Non sarebbero cantine, se non ci fosse il motto, e non sarebbe Ludicamente, se non ci fosse il “Poraz”!!!
Il Poraz, aka Angelo Porazzi

I ragazzi del gioco di ruolo dal vivo (eccezionali)!
I ragazzi del gioco di ruolo dal vivo

Una bella elfa, presa dai suoi aulici pensieri…
l’elfa

Imprevisto, quanto ovviamente eccezionale, il gioco di ruolo improvvisato del mitico Eriadan…
Il gioco di Eriadan

Il tramonto nel cortile del Palazzo Ducale ci saluta, alla fine di questo fantastico e perfetto Primo Maggio…
Il tramonto dal Palazzo Ducale

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