TOURblog

Il diario popolare, in giro per l’Italia, di Angelo Recchi, tour leader

Archivio della Categoria 'Australia'

13 Giugno 2008

Il dialogo in rete: un paio di esempi in Italia e all’estero

Tempo fa avevo ricevuto i ringraziamenti da parte di Gigina per una recensione (non ce l’ho neanche fatta a tornare a trovarli, loro e i cappellacci… vabbè, provvederò). I gestori sono andati a leggerla dopo aver visto la stampa del foglio da parte di alcuni clienti francesi: sicuramente da quel momento il web è divenuto meno misterioso per loro.

Altri gestori - e questa cosa mi piace - girano per dialogare coi propri clienti, rispondendo puntualmente alle recensioni, spiegando le proprie ragioni in caso di disguido.

Vi propongo due esempi, visto che in questo periodo si sta dibattendo sul dialogo coi propri clienti a seguito del caso Mosaico arredamenti: il primo è della locanda Il Varano, in zona Lidi ferraresi, tra Comacchio e Codigoro; il secondo, invece, a Sydney, ed è il Simpsons of Potts Point, b&b stellare in una zona incantevole della città australiana.

Entrambi i gestori, tanto qui quanto là, si premurano di andare in rete e spiegare, se c’è stato un equivoco, le ragioni, o addirittura controbattere se è il cliente ad essere nel torto; sempre però nell’ottica di migliorare. Se fate bene caso, poi, la proprietaria della locanda il Varano non è chissà quale scrittrice, giusto per tacciare quanti cercano alibi nelle proprie capacità letterarie per comunicare su Internet.

Ovviamente, esistono anche casi negativi, di strutture che controbattono in rete ma non correggono i difetti: ne ho avuto prova proprio domenica scorsa, ma preferisco non parlarne, come si fa nelle guide, a meno che non si configuri un comportamento scorretto o peggio disonesto (e a quel punto lo farei per mettere in guardia futuri avventori).

Nessun Commento »

24 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 6 - Un giorno a Melbourne

Lasciato il deserto, partiamo da Uluru per la Polinesia, destinazione Isole Cook.

Piccolo problema: l’unica compagnia che vola a Rarotonga è l’ottima Air New Zealand. Peccato che i voli dalla costa Est decollino tutti tra mezzogiorno e le due, che da Uluru si possa partire non prima di mezzogiorno e che quindi c’è da fare uno stopover di un giorno a Sydney o Melbourne.

Si dà il caso che a Melbourne viva il mitico Davide Schiappapietra, compagno di merende dei tempi universitari, tra le risate più grasse fatte in quel periodo memorabile. Naturale fermarsi da lui, tanto più che di venerdì aperitivo e cena fuori non fanno danni. L’intenzione era quella di elemosinare un pagliericcio a casa sua, ma Davide, che ringraziamo ancora, ci offre una bellissima camera in albergo a Carlton, proprio ai margini del centro.

Curiosa la sua storia: nato e cresciuto a Brugherio, praticamente sotto la torre di Mediaset, laureato in Scienze della Comunicazione, appassionato di radio e televisione, non riesce a trovare lavoro in Italia.

Decide di cambiare aria, e la cambia davvero, tanto che dall’altra parte del mondo lo prendono alla radio nazionale (la nostra Rai, tanto per capirci), per alcuni mesi lo chiudono a doppia mandata in uno stanzino a fare corsi di impostazione vocale, corsi di dizione, lezioni di inglese per impararlo alla perfezione, gli spiegano vita morte e miracoli della radio e lo affiancano ad un team di realizzazione di una trasmissione multilingua. Uno spettacolo la redazione: ogni scrivania una nazione, Davide lavora fianco a fianco con una coreana, poco più in giù un francese, uno spagnolo, un pakistano, indiano, cinese e via dicendo.

Curiosa la storia di Davide, mica poi tanto: è la storia di tanti emigrati moderni, di tanti laureati che vanno a lavorare (e lavorano, e guadagnano!) all’estero. Cara vecchia Italia, sei sempre la Cenerentola tra le più ricche: prima della guerra i contadini, dopo la guerra i minatori, ora i laureati, tutti verso le stesse destinazioni.

Il giorno a Melbourne è forse il più intenso, non per la città, che somiglia ad altre cento, per quanto sia eccellente nei servizi: un bel lungofiume sulle rive dello Yarra river, tante etnie mescolate insieme, il sindaco di Hong Kong, un sistema di trasporti efficientissimo, il circuito di Formula Uno in pieno centro.

E’ intenso per le emozioni, le storie da conoscere, le immagini viste. Gli studi radio che ci mostra Davide sono interessantissimi, non ne avevamo mai visti. Addirittura Francesca registra una base di apertura, che lui perfeziona col mixer. Il suo corner in redazione sembra la camera di un adolescente: poster del Milan, adesivi, segnalibri ovunque, post-it, computer sempre acceso, appunti sparsi un po’ ovunque.

E’ sempre lui: puoi spostarlo in capo al mondo, ma la sua fede milanista è incrollabile, anche se deve alzarsi alle sei di lunedì mattina per vedere il posticipo!

Già, è sempre lui, e la serata scorre via divertente, piena di aneddoti, racconti, macchiette che la sua indole curiosa e vivace partorisce in continuazione.

Mancava a questo viaggio un tassello: di solito, quando vado all’estero, capito sempre nelle comunità italiane. E’ accaduto a Londra - quando sono andato a trovare mia zia - accadde a Toronto per analoghi motivi, e a Vancouver per vedere la partita degli Europei 2000. Nello stesso periodo, ad Eindhoven per lavoro dovevo intervistare i tifosi italiani per Italia-Svezia: ce ne fosse stato uno che vivesse in Italia. Colonia, Belgio, addirittura Brisbane!, tutti felici di sentirsi finalmente italiani fra italiani. Ad Atene invece la comunità l’avevamo creata noi vacanzieri, festeggiando la vittoria del Mondiale sotto l’Ambasciata Francese non blindata, uno dei pochi vantaggi di trovarsi all’estero in un momento simile.

La lacuna si colma presto, nel dopo cena, anche perché Davide vive lì. A Carlton, che Sonego quarant’anni fa dipinse alla grande nel suo Diario Australiano, bar ristoranti e locali ambigui fanno a gara nello sfoggio di tutta la simbologia italica: Ferrari Nazionale Milan Pizza Pavarotti Cannavari e Pulcinelle debordano dalle vetrine. Ragazzotti che bevono ad alta voce, incollanati come i più retrò dei tamarri, fanno tenerezza. Parlano quell’italiano di una volta, quel dialetto che non c’è più. A volte non lo parlano neanche più l’italiano, ma vedessi come tifano quando c’è la nazionale.

Immagino la faccia dei tanti Alberto Sordi che all’epoca, quando divertimenti e donne scarseggiavano, andavano alla Casa dell’Emigrante rivaleggiando per elemosinare appuntamenti con due o tre cessi da competizione: “Ma che le uimmene so solo queste? Tre, pelose, e pure presuntuose!”.

Salutiamo Davide, che a marzo tornerà in Italia per qualche mese, prima di decidere se rimanere a vivere laggiù for good. E’ logico che voglia pensarci attentamente: va bene la modernità, va bene i trasporti efficienti, va bene anche Internet e le chat; ma l’Australia è sempre laggiù, a ventisette ore di viaggio e tanti soldi di aereo. Forse è uno dei pochi posti rimasti in cui davvero partire è un po’ morire.

(continua con la Polinesia…)

Nessun Commento »

23 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 5 - Uluru / Ayers Rock

Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.
Quarta parte, il Top-End.

E’ martedì 23 ottobre, siamo arrivati in Australia ormai da due settimane, e come ultima tappa del nostro viaggio in the Land Down Under scegliamo il deserto.
Uluru, o Ayers Rock a seconda che si voglia essere politically correct o meno, è raggiungibile da Darwin via Alice Springs, uno degli aeroporti più desolanti dell’Australia. Pulito, luminoso, ma ci sono tre negozi in croce, è lontanissimo dal paese (circa mezzora in auto), sicché per il nostro stopover di tre ore non vale la pena. Restiamo in sala d’attesa a chiacchierare, dopo aver cercato invano di noleggiare un’auto per il nostro arrivo ad Ayers Rock.

Il volo seguente dura un attimo: in tre quarti d’ora il nostro piccolo aereo raggiunge Yulara, base di partenza per la visita a Uluru.

Piccola digressione logistica: Uluru è il monolito, che sorge vicino ad un gruppo montuoso chiamato Monti Olgas o Kata Tjuta. A una quindicina di chilometri da Uluru, circa venti minuti di auto, c’è il paese di Yulara. Oddio, più che un paese è un complesso residenziale, formato da diversi alberghi, qualche campeggio, un centro commerciale e le case di chi lavora lì. In effetti, mette abbastanza tristezza, perché ricrea l’atmosfera del villaggio vacanze. Ma è l’unico modo per vedere il monolito, a meno di non alloggiare a circa ottanta chilometri di distanza, nei pressi di Monte Conner, che a differenza del suo omonimo marchigiano è disadorno ed estremamente desolato, con un piccolo e squallido alberghetto da mezza stella per risparmiare qualcosa.

Eh già, perché i prezzi ad Uluru sono veramente alti, dato l’oligopolio dei resort. Noi siamo stati al Pioneer Lodge, in camera standard, tre notti. Il bello di questo posto è il grandissimo barbecue al centro del complesso, dove poter cucinare l’ottima carne di canguro, emu, coccodrillo o manzo (ma anche pesce) acquistata al bancone attiguo. Insalate e verdure varie sono comprese nel prezzo e reperibili in dei contenitori al fresco vicino al barbecue. Ottimo per noi, che in questo modo abbiamo potuto evitare contaminazioni da glutine, avendo acquistato per pochi euro una piccola bistecchiera molto pratica da portarsi dietro. Ed ottimo anche per risparmiare, visto che non è affatto il caso di svenarsi per assaggiare la pessima cucina australiana, quale che sia l’influenza (indiana, cinese, tailandese, giapponese o italiana).

Altra cosa da fare appena arrivati a Uluru è noleggiare un’auto. Sono piuttosto care, con chilometraggio limitato (per scoraggiare scorribande nel deserto) e scoperte da assicurazione se si guida di notte. Però sei veramente libero di fare come ti pare, senza essere schiavo di bus, pulmini o (peggio) gite organizzate. Alcuni affittano l’auto ad Alice Springs, pernottano a King’s Canyon e lasciano l’auto a Yulara, ottima scelta che purtroppo noi non abbiamo fatto. Ma vanno dosate bene le energie, perché guidare in Australia è stancante, specie nel deserto, nonostante le strade siano perfette. Duecento chilometri nel nulla ne valgono seicento in Italia.

Che dire di Uluru? Nulla. Va visto e basta. E se lo vedete, andate fino alla base, per scorgerne i solchi profondi lasciati dall’acqua, ed accorgervi di quanta acqua stia sotto al deserto. Strano questo deserto, me lo immaginavo diverso: è pieno di alberi, arbusti, con un caldo (è ottobre, però) di una bella giornata di giugno, con l’ombra che rimane fresca, e con le serate che vogliono una felpa.

E poi fa effetto arrivare al laghetto, proprio sotto al monolito, per capire come mai possa apparire sacro questo gigante. La cosa che mi ha colpito di più, a Uluru, è stato il silenzio. Il buio no, quello l’avevo visto anche da altre parti. Ma il silenzio, con gli ululati dei dingo in lontananza, è dolcissimo. Questo va apprezzato di Uluru. Il resto è fuffa per turisti, dalla cena nel deserto (Sounds of Silence, una delle cose più ridicole, mancava la claque che dicesse “dai, forza, ora baciatevi, su!”), agli aborigeni in esposizione che raccontano come cacciavano i loro avi in squallide gite preconfezionate.

Da segnalare, per gli appassionati di foto, il tramonto con il monolito che cambia colore (anche se forse gli Olgas rendono meglio in questo momento della giornata). Ci sono vari punti di osservazione in cui gustarsi l’evento, tutti comodamente raggiungibili dai resort.

Simpatica l’alba vista sul dorso di un dromedario, per l’esperienza con questi animali particolari. E particolare anche la loro storia: vennero importati in Australia per il trasporto di vivande nel deserto. Con loro i pakistani e gli afghani, espertissimi allevatori e conduttori di dromedari, oltre che membri dell’impero coloniale britannico. La pista dei dromedari da Adelaide a Alice Springs a Darwin era tutta loro, tanto da essere chiamata la pista “afghana”, donde il nome “The Ghan” della linea ferroviaria Adelaide - Darwin. Ancora più curioso è che appena venne costruita la linea ferroviaria, molto più competitiva, afghani e pakistani si ritirarono in buon ordine, tornandosene a casa, chi coi dromedari, chi più semplicemente abbandonandoli nel deserto, dove tuttora sottraggono grandi quantità d’acqua alle altre specie animali. Si capisce perché gli australiani abbiano la fisima della quarantena e delle contaminazioni ecologiche, visto che tra conigli, bufali e cammelli mezzo continente è squilibrato.

In questi tre giorni a Uluru riusciamo anche a riposarci, sfiniti dai sei giorni ininterrotti di tour, più o meno belli ma sempre intensissimi, e dai continui sbalzi climatici. Ne avevamo bisogno, anche perché adesso, dopo un giorno di stopover a Melbourne, ci aspetta la Polinesia

2 Commenti »

21 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 4 - il Top End

Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.

Arriviamo a Darwin da Kangaroo Island via Adelaide venerdì 19 ottobre verso le due di notte. Alcune ore dopo avremo il tour di quattro giorni nel Top-End: tra Kakadu, Katherine Gorge e Litchfield ci spareremo più di mille chilometri, inevitabile ricorrere ad un tour guidato (in senso proprio: voce del verbo “guidare”). Lo abbiamo prenotato presso un’agenzia viaggi di Sydney: ci hanno garantito che sono ben informati ed equipaggiati per i pasti senza glutine.

Alla decisione concorre il fattore caldo: non so bene come affrontare i rischi della calura per il cibo (che dovremo portarci sempre dietro, soprattutto pane e verdure, visto che mia moglie è celiaca), né su cosa far riferimento per il rischio disidratazione, cioè con che frequenza ci sono i distributori e i punti di ristoro, che strade conviene fare ecc.

A posteriori, mi convinco che un viaggio del genere è invece alla portata di chiunque abbia un minimo di sale in zucca: Rovigo d’estate è molto più disidratante di qualsiasi posto visitato in Australia ad ottobre. Il vero problema, risolvibile con un’auto dal bagagliaio capiente, è la scarsa frequenza - ma neanche troppo - di punti d’appoggio. E’ sufficiente fare un’abbondante spesa di cibarie il meno raffinate possibile, munirsi di un contenitore tipo vasca di plastica, dove riporre il cibo accanto a blocchi di ghiaccio in busta che vengono venduti ovunque. Meglio lasciare l’auto all’ombra in modo da evitare il caldo eccessivo, considerato che trenta gradi li fa sempre, sia di giorno che di notte, quando la temperatura scende sì e no di cinque gradi.

Del senno di poi son pien le fosse, ma ahimé capitiamo proprio in mani sbagliate. La guida - tale John Grant, un tasmaniano schizofrenico e sfasato - è disastrosa. Conosce poco o nulla dei posti che visitiamo (neanche dove fosse la croce del sud, che peraltro ad ottobre - scopriremo poi - è solo parzialmente visibile) e la mette sempre sullo pseudo-filosofico. Ma soprattutto, la sensibilità mostrata verso l’intolleranza al glutine di mia moglie è stata di segno addirittura negativo, con battute continue di pessimo gusto e completa ignoranza e indisponenza nei nostri confronti. Il che, da uno che deve anche prepararti pranzo e cena, è ovviamente imperdonabile.

Superfluo dilungarsi sui posti, inevitabilmente bellissimi, che alleviano di molto il disagio: qualsiasi descrizione con foto potete trovarvela ovunque in rete. Il punto è un altro: come sempre, non appena ci siamo affidati a un’agenzia, abbiamo toppato.

E’ inutile, gente: se parlate un minimo di inglese, lasciate perdere qualunque velleità del tipo “così risparmio tempo” o “pensano a tutto loro”. Di agenzie di viaggi così ne esistono pochissime, che giustamente costano. Il tour con Safari Connection, ovviamente acquistato tramite agenzia, ed ovviamente operato dalla controllata del mega-tour operator APT (Asian Pacific Touring) ha fatto tecnicamente cacare.

Ovvio che non ci sia modo per ottenere alcun rimborso, neanche se l’ultima notte dormi con rane ovunque, bagni fatiscienti e camere che se venisse l’Asl di Napoli le farebbe chiudere all’istante. Neanche se una guida del genere l’ultima sera, dopo essergli stati dietro come ad un bambino (e per fortuna che in Australia c’è una legge seria sugli allergeni compreso il glutine, altro che la baraonda di casa nostra!), ti mette la salsa alla soia con amido di frumento sul risotto quasi di nascosto, e tu resisti all’impulso più che umano di metterci anche lui dentro quel risotto.

Questo per raccontarvi l’esperienza passata nel Top-End, nonostante la bellezza inopinabile dei posti. Ovviamente, le uniche note organizzative che si distinguono sono quelle preparate da noi: l’Hotel dell’aeroporto di Darwin è ampiamente tra i migliori mai visti, nessun rumore, pulitissimo, elegante, con una piscina che da sola basterebbe a giustificarne la permanenza. Tre minuti e sei a letto, recita il claim nei pullmini navetta. In realtà ce ne vogliono sette.

Dopo Darwin, mi sono definitivamente convinto che i viaggi è meglio organizzarseli da soli, affidandosi - spendendo, sì, ma meritano - ai piccoli tour operator locali, gestiti da gente del posto, che quei luoghi deve per forza amarli per portartici in viaggio.

Ad ogni modo, valanghe di bagni nelle piscine naturali, vegetazione lussureggiante e l’impressione di vedere in che stato sono ridotti gli aborigeni: spesso ubriachi, sguardo assente se non carico di odio (a ragione, visto tutto quel che è stato fatto loro dall’uomo bianco). Questo soprattutto è ciò che ci portiamo come souvenir dal Top End.

Ora, martedì 23 ottobre 2007, il viaggio continua nel deserto

Nessun Commento »

22 Novembre 2007

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 3 - Kangaroo Island.

(Qui la parte seconda)
(Qui la parte prima)

Martedì 16 ottobre: dopo la faraonica colazione al Padthaway Heritage, ci avviamo verso Adelaide. Sono ancora 300 chilometri buoni e per le 10, dopo le foto di rito alla bellissima tenuta, mettiamo la Toyota Camris (macchina impeccabile, confortevole e spaziosissima con portabagagli infinito) su strada alla volta della città delle chiese.
Il tragitto non contempla bellezze eccezionali, il paesaggio diventa un po’ troppo monotono, ci fermiamo per la spesa a Murray Bridge, dove tra l’altro partono le crociere lungo il fiume Murray (che abbiamo già fatto a Sydney e che faremo al Kakadu, qui decliniamo), e per le 14.30 siamo ad Adelaide.
Prenotiamo subito l’alloggio, di una bellezza disarmante: tutti appartamenti di fine ottocento restaurati e riportati all’antico splendore, arredati benissimo e dotati di ogni confort. Anche in questo la guida della National Geographic è impeccabile.

Per una serie infinita di malintesi con la Hertz perdiamo l’intero pomeriggio a far la spola con l’aeroporto. Ad ogni modo, a parte il fiume che la attraversa, Adelaide non ha molto da mostrare, come tutte le città australiane, fatte più per viverci che per visitarle. Forse varrebbe la pena prendere il vecchio tram per la località marittima di Glenelg, ma non facciamo in tempo e comunque ci sono bastate le deliziose cittadine della Mornington Peninsula e della Great Ocean Road.

Ora inizia la parte più “tosta” del viaggio: Kangaroo Island e Kakadu. Per evitare perdite di tempo, saranno sei giorni di tour. Subito dopo la due giorni di Kangaroo Island avremo l’aereo per Darwin, e la mattina prestissimo la quattro giorni nel Top End. La sera, per preparare i bagagli a mano da portarci via, rischiamo lo sclero totale. Almeno per Kangaroo Island, ne varrà la pena.

Al mattino prendiamo il volo delle 7 e in quaranta minuti siamo a Kingscote, capoluogo di questa vasta riserva naturale (la terza isola d’Australia, considerando quest’ultima un continente), spettacolare e quasi disabitata. E’ un tripudio di koala, canguri, echidna, i coloratissimi uccelli cockatoo, foche nere e bianche, quando è freddo anche pinguini (che però preferiscono Phillip Island, famosa anche per le gare motociclistiche).

Ci accompagna la Wilderness Adventure, un piccolo tour operator locale specializzato nelle gite per l’isola. Non è esattamente economico, ma il trattamento e la guida non fanno rimpiangere un solo centesimo: Greg è perfetto e preparatissimo, presta estrema attenzione ai dettagli ed alla tempistica e ci fa accedere a riserve e posti chiusi al pubblico. Davvero difficile apprezzare appieno l’isola senza l’aiuto di un esperto del genere. Siamo in 4 (massimo 6 persone a tour), e la coppia di signori del Kentucky è una compagnia molto gradevole. I pasti sono eccellenti (e vi assicuro che in Australia non è scontato!) e senza glutine per mia moglie, sia nel tour che in albergo (il K.I. lodge), dove ci attende una splendida camera con vista sulla baia. Sia lo spuntino che il pranzo del tour si svolgono in strutture dedicate, predisposte dal tour operator: un gazebo o un’area con barbecue, tavoli, sedie, ben riparati dal freddo e dalla pioggia. Normalmente a fianco c’è un’analoga postazione per i turisti indipendenti. Il vino, prodotto sull’isola, è ottimo.

Kangaroo Island è uno dei posti più belli che visitiamo, grazie alla Wilderness Adventure: detto da uno che i tour li organizza e spesso pretende la perfezione assoluta, non è poco.

Di contro, la fregatura peggiore ce la becchiamo nel Top End, ma questo, per non rovinare post e fegato qui, lo scriverò in una sezione apposita.

(continua… hai voglia se continua…)

Nessun Commento »

20 Novembre 2007

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 2 - la Great Ocean Road

(qui la prima parte)

Domenica 14 ottobre: Great Ocean Road!!!
Uno dei percorsi stradali più belli, affascinanti, divertenti del mondo, ha una genesi interessante: è al contempo un capolavoro, un’indispensabile via di comunicazione ed un ammortizzatore sociale.

Siamo nel 1919, subito dopo la Grande Guerra, ed è pressante l’esigenza di trovare un’occupazione ai reduci del Victoria (nonostante fosse già Australia dal 1900, la distinzione in Stati è ancora molto marcata). In una sorta di New Deal ante-litteram e molto più piccolo, si opta per la costruzione di una strada che colleghi via terra tutte le località marittime (e vacanziere) della costa sud (Lorne, Apollo Bay, Cape Otway…), e che possa restare ad imperitura memoria. La necessità del collegamento terrestre nella Shipwreck Coast (costa dei naufragi) appare evidente; non lo è il desiderio di realizzare un percorso suggestivo in quest’angolo sperduto di mondo, con pochissime auto e ancor meno abitanti. Sembra quasi un vezzo per pochi ricchi, un costoso orpello a vantaggio di pochi.

A quasi ottant’anni dal completamento (i lavori terminarono nel 1932), mai infrastruttura fu più lungimirante, e la Great Ocean Road, che si snoda per 300 chilometri circa tra Torquay e Warrnambool, è una collezione di scenari irripetibili, dai surfisti di Torquay, alla placidità di Lorne, alle curve mozzafiato di Apollo Bay, al parco di Cape Otway, alla desolazione che precede i Dodici Apostoli, alle balene di Warrnambool.

La Great Ocean Road ce la sorseggiamo come un Verdicchio ghiacciato, con qualche pausa obbligata (l’ingresso, dopo Torquay; Lorne; Cape Otway; i Dodici Apostoli) e qualcun’altra evitabile (Torquay, insignificante). Arriviamo a Port Fairy che è buio pesto, pedaggio da pagare alla visione dei Dodici Apostoli al tramonto, il momento migliore della giornata.

A Port Fairy ci aspetta una villa da mille e una notte: Jacuzzi con vista Oceano, camera da letto praticamente in mezzo alla scogliera, arredamento minimalista americano e silenzio assordante. Come entriamo ci assale un cielo che trabocca di stelle, e che entra a forza nella stanza da letto. Trovare un posto così da diciottomila chilometri di distanza è questione di bravura. E di Rete, soprattutto.

Lunedì 15 ottobre: ancora viva la sbornia da Great Ocean Road, ci aspettano i paesaggi più monotoni - ma rilassanti, perché no - del Coonawarra, nella parte interna della Limestone Coast. Trecento chilometri circa, percorsi col cruise control, durante i quali incroceremo tre o quattro paesi, reclamizzati come attrazioni che da noi non vedrebbero un turista manco se tutt’Italia andasse a fuoco. Giusto i vigneti, che coprono la zona di Naracoorte, meritano un assaggio approfondito, ma, oltre a passare prima delle quattro per trovarli aperti (!) bisogna beccarci: a me due Cabernet Sauvignon non sono piaciuti affatto (e di vini ne ho assaggiati neanche pochi), con l’aggravante che se la polizia stradale di becca con un po’ d’alcool in corpo sei finito.

La notte (avevo prenotato ad Adelaide, commettendo l’errore di avere fretta - e due! - e di sottovalutare la strada: trecento chilometri qui equivalgono a seicento in Italia, dove la guida a destra, le autostrade e soprattutto il paesaggio mutevole rende meno stancante il percorso), la passiamo al Padthaway Heritage. Seguendo la felicissima intuizione di Francesca, ci troviamo in un palazzo signorile in stile italiano, con una fattoria enorme, e vigneti ovviamente, e due ospiti gentilissimi. La camera è una reggia, sontuosa negli arredi e curata nei dettagli. Lo stile - italiano fino all’osso - stona un po’ col paesaggio intorno e con la sala colazioni anglosassone, ma è maestoso fin quando si resta nel reparto relax-notte. Chiaro, siamo in Australia, in Italia posti simili sono cento volte più belli (uno per tutti, la dimora di Lorenzo di Pianogrillo); purtuttavia, un piacevolissimo soggiorno, con una ricca e sana colazione. La cosa curiosa è che la sera ci servono del vino di fianco al caminetto acceso: dopo l’assaggio di tutte le qualità prodotte, che già ci sarebbe bastato, vediamo arrivarci due bicchierozzi da 33 ricolmi del vino da noi indicato come il preferito, con una piccola ciotolina di pistacchi da mangiarci a fianco. La notte scorre veloce e tranquilla, ed anzi la sveglia è un po’ problematica…

Now, it’s time to go to Adelaide.

(continua…)

Nessun Commento »

16 Novembre 2007

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 1 - le premesse, e Sydney

Chiariamo subito una cosa: non abbiamo assolutamente voglia di passare come quelli che si credono i migliori, sappiamo fare tutto e bene, e patapim, e patapum.

Solo, vorremmo mettere in rete, a beneficio di quanti un giorno volessero fare un giro simile al nostro, le informazioni salienti del nostro itinerario, visto che noi di informazioni ne abbiamo avute tante per alcuni posti, e praticamente nessuna per altri.

Quello che segue è il nostro viaggio, con le nostre impressioni, le nostre valutazioni ed i nostri consigli, ed anche i nostri errori. Speriamo torni utile.

———-

Innanzitutto: lasciate perdere le agenzie di viaggi. Dimenticatele. E’ come voler organizzare un’ottima cena e chiedere a qualcuno di andarvi a fare la spesa al supermercato. Lasciate stare. Al limite, al supermercato andateci voi, se non altro risparmiate. Il cibo fatevelo in casa, o andate nelle botteghe o dall’artigiano. Vale per il cibo come per i viaggi: la roba è migliore.

Dice ma, sai, la sicurezza, pago tutto all’agenzia, non mi ammattisco… ok, ok, fate pure, poi non dite che non vi avevamo avvisati. Sappiate solo che senza agenzie abbiamo risparmiato tra i 3 e i 6 mila Euro, andando in posti molto più lussuosi, viaggiando molto meglio, più calmi e riposati, e con diverse notti in più in albergo. Non so qual è il vostro stipendio, io per quella cifra lì mi ammattirei molto volentieri… comunque…

Altre, doverose premesse:

1) Un viaggio di nozze non è un viaggio come gli altri. Come mi disse mio padre all’aeroporto, un viaggio di nozze deve distinguersi. Ergo: fate tutto in modo da ridurre le possibilità che vi vada storto. In soldoni: informatevi bene, pianificate bene, spendete per il meglio, ché chi più spende meno spende. Detto per inciso: mia moglie è celiaca, quindi per noi le incertezze erano anche maggiori, e le attenzioni dedicate ovviamente alte.

2) Un viaggio di nozze avviene, generalmente, per definizione, dopo le nozze. Sarete quindi molto stanchi: evitate di fare i rambo, con fusorari, sbalzi climatici e stress non si scherza. Pertanto, che la prima parte del viaggio sia riposante e non comporti eccessivi sbalzi climatici evitabili.
Esempio: se, come fanno in molti, all’Australia abbinate la Polinesia, e se partite nella nostra estate, andate prima in Polinesia e poi in Australia: passare dall’estate all’inverno in un giorno, stanchi del matrimonio e con nove ore di fusorario è molto peggio che farlo con tre ore di fusorario ma rilassati e riposati.
Ugualmente, non fissate escursioni o spostamenti il giorno dopo l’arrivo: date al vostro povero corpicino almeno due giorni per assestarsi (anche perché un’onestissima diarrea il giorno dopo è il minimo che dovete aspettarvi dopo un viaggio così… e forse è il caso di non trovarsi in escursione, no?)

3) Il caro vecchio Vujadin Boskov diceva: meglio perdere una partita sei a zero che sei partite uno a zero. Tradotto dal pallonaro: meglio farsi tre voli in un giorno che tre giorni da un volo. Fare e disfare valigie un giorno per l’altro è molto più stressante di attendere in aeroporto: quindi l’arrivo-pomeriggio-partenza-mattina-dopo limitatelo al massimo, quando proprio non potete farne a meno.

——————-

Detto ciò, passiamo all’illustrazione del percorso:

Nozze sabato 6 ottobre; partenza domenica 7 ottobre alle 18.30 da Bologna, molto vicino al luogo del matrimonio. Dovendo infatti farci 26 ore di volo, abbiamo pensato che partire la sera dopo, già belli stanchicci del matrimonio, non avrebbe influito sul viaggio, tanto saremmo arrivati rincoglioniti lo stesso. Arrivo puntuale alle cinque e dieci di mattina di martedì 9 ottobre a Sydney.

Un altro ennesimo doveroso inciso: in aereo si crepa dal freddo, perché il riscaldamento è tenuto al minimo. Sono circa 13 gradi, forse qualcosa meno: in questo modo si evitano odori sgradevoli e la sensazione di soffocamento, però si rischia la bronchite, quindi attrezzatevi con giacche e foulard. Evitate di abbuffarvi con quegli schifosissimi pasti e soprattutto di berci dell’alcool, cosa che puntualmente ho fatto io e che mi ha regalato un fantastico mal di stomaco nausea inclusa il primo giorno a Sydney.

Abbiamo scelto di arrivare al mattino, e non di sera, per guadagnare un giorno e aggirare subito il fuso, forzandoci di restare svegli almeno fino al tardo pomeriggio. In effetti, la mattina è passata bene, poi verso le due ha iniziato a venirci un sonno grandioso, che abbiamo finalmente soddisfatto verso le sei di sera, all’imbrunire. Così facendo, la mattina alle cinque eravamo già belli freschi e riposati, proprio all’inizio della giornata. Allineando i propri ritmi alla luce solare si recupera molto più in fretta.

Quattro giorni per Sydney sono anche troppi, a dirla tutta, pur essendo ottimi per rilassarsi. A parte una passeggiata nei giardini botanici e l’Opera House, il resto è un film già visto. Meglio dedicarsi alla natura, ragion per cui un’escursione alle Blue Mountains o alle spiagge nei dintorni è più che consigliata. All’inizio del viaggio però erano doverosi.

Sabato 13 ottobre, belli riposati e oramai allineati col fuso, aereo per Melbourne, dove ci attende una Toyota Camris a noleggio: le valigie entrano nell’ampio portabagagli che è un amore, mentre il cambio automatico toglie il pensiero delle marce, che già c’è quello della guida al contrario! Da Melbourne, che non visitiamo, percorriamo tutta la Mornington Peninsula, fino a Sorrento (!). L’ultima parte del tragitto è molto bella, mentre prima sono tutti quartieri residenziali travestiti da borgate: è stranissimo il contrasto tra l’eleganza delle villette con giardino nelle strade secondarie e lo scenario da ghetto americano intorno alla ferrovia dei commuter; è comunque un travestimento, perché di criminalità non se ne vede.

Traghetto da Sorrento per Queenscliff: avremmo dovuto alloggiare al Queenscliff Hotel, che solo a vederlo emoziona, con tutte stanzettine ognuna dedicata ad un passatempo, biliardo, lettura, scacchi, camino acceso, che in una giornata uggiosa come quella, avrebbero rilassato anche il più agitato degli insonni. Però… però la fretta di prenotare (grosso errore), ed anche le mancate risposte del Queenscliff alle nostre email (azz… potevamo telefonare…) fino a due giorni prima ci fanno ripiegare verso un posto molto bello ed elegante (l’Haymarket Hotel), con personale molto gentile e camera con idromassaggio, situato però a Geelong, una cittadina molto meno affascinante, nel quartiere più squallido. Arrivando da Queenscliff, sembra di passare da Amalfi a Milano Marittima nel mese di marzo.

(continua…)

1 Commento »

15 Novembre 2007

Albergare a Sydney: the Simpsons of Potts Point

Esistono posti nel mondo, che definire “alberghi” o “ristoranti” è riduttivo: non ci vai per “dormire” o “mangiare”, ma per qualcosa di più. Ci vai per sognare, per emozionarti.

Ecco, sin dalle prime descrizioni nel web il Simpsons di Challis Avenue (a Potts Point, uno dei quartieri con l’anima meno shackerata della città, rimasto cioè pressappoco quello che era nei decenni scorsi, un po’ più ravvivato dai ristorantini ma sempre piuttosto elegante, a due passi da Woollomolloo, quello invece rifatto da cima a fondo) ci pareva un’esperienza, qualcosa da non mancare. Il fatto poi che non fosse generalmente segnalato dalle guide ci incuriosiva ancor di più; anzi, in realtà una lo segnalava: tripadvisor, la guida della rete, finora la più attendibile trovata nel web. Primo senza appello, su 222 hotel, davanti a colossi dai numeri molto più imponenti e dalla vista senz’altro più accattivante.

Ma questo gioiello di fine ottocento, restaurato con gusto - per quel che si poteva - negli anni Settanta, è un’altra cosa: sembra di entrare nella casa di un Lord inglese, col camino crepitante, i mobili antichi e ricercati, una biblioteca ricca di titoli e di libri antichi, immagini della Sydney del primo Novecento, quando in Italia si faceva la fame e l’Australia era puro miraggio, si sognava l’America. Forse i più fortunati quelli che emigrarono nella terra dei canguri: chi non si beccò la silicosi nelle miniere, ha evitato il crollo finanziario, politico e sociale del Sud America e l’estremo individualismo degli States, o il clima non esattamente favorevole del Canada. A dirla tutta, forse gli italo-australiani sono gli unici a non avere punta voglia di tornarsene da queste parti. Al massimo in vacanza, ma sole e mare ne hanno anche là: vicino Melbourne c’è addirittura Sorrento!

Oltretutto, alla vista di Keith, il padrone di casa (chiamarlo “gestore” suona assurdo per un posto così), il quadro è completo: il tipico Lord inglese, oggi secolarizzato, con elegante accento australiano, quell’inconfondibile “ai” con cui gli Aussies pronunciano il suono di late, day, grey e via dicendo. La classe e la gentilezza di Keith, con la sua impeccabile professionalità e la flemma anglosassone, sono il Simpsons. Nulla sarebbe così curato se non ci fosse Keith. Come una casa emiliana senza la “zdaura”: pulizia, perfezione e gusto sarebbero finti, castranti senza l’incessante veglia della padrona di casa. Idem al Simpsons: lo gestisse qualche eccentrico americano, non sarebbe esente da pacchianismi, così come apparirebbe troppo formale e inappropriato se ci fosse un qualche Brit. L’Australia è diversa: l’eleganza è britannica, ma qui c’è il sole signori miei, a Sydney in Gennaio si crepa, serve anche il fresco, non solo il camino.

Le camere del Simpsons sono dodici, solo scale perché un ascensore violenterebbe il contesto: per i disabili ci sono due o tre suite al piano terra. Entrati, è divertente vedere tutti i cuscini esistenti esposti come carte da gioco sopra al letto: cuscino grande, medio, sottile, da divano, è divertente l’idea di dormire letteralmente tra quattro guanciali. Scopriremo in seguito che è una costante negli alberghi di categoria superiore; anche in Italia ho visto qualche carta dei cuscini (non riesco a trattenermi dal sorridere, mi rendo conto del comfort ma è più forte di me!), ma non credo che siano molte le proposte in tal senso.

Tipico degli hotel down under, di qualunque ordine e grado è poi la fornitura delle tea & coffee facilities- bollitore, caffè solubile, the e zucchero con tazze, piattini e cucchiaini - e soprattutto tavola e ferro da stiro, da cui esce di prepotenza lo spirito pioniere: per noi italiani valigioni tutto-pulito-e-piegato sa di festa da saloon durante la corsa all’oro: due botte di ferro e tutto torna lindo. Fa troppo backpacker, tradizione che in Italia sarà sempre appannaggio di sfigati e boy scout (sono appartenuto ad entrambe le categorie): rabbrividiamo all’idea di mettere tutto in uno zaino, anche abiti eleganti che non indosseremo mai in tutta la vacanza. Piuttosto, ci compriamo il camper e ci portiamo dietro la casa.

A fronte di tutto ciò, nei bagni ovviamente manca il bidet: nulla da fare, semmai un italiano in vacanza avrà cibo da soddisfarlo, ebbene, mancherà sempre un caro vecchio bidet a completare il comfort. In realtà, le docce sono sempre molto più spaziose e comode delle nostre, perciò si ovvia facilmente. Al Simpsons, poi, dopo una doccia ristoratrice (se non prendete l’idromassaggio) ci si può sempre rilassare sul sofà o sulle poltrone, senza scomodare il letto.

Nulla di meglio dopo una giornata a zonzo per la città, con i piedi bollenti e le gambe stanche, un dopocena sorseggiando del buon whisky nella sitting room, dopo una bella doccia, di fronte ai quadri delle carrozze e della nobiltà che un tempo, qui dentro, concludeva affari con la madrepatria.

Ecco, noi Sydney, grazie al Simpsons, l’abbiamo respirata così.

Nessun Commento »