TOURblog

Il diario popolare, in giro per l’Italia, di Angelo Recchi, tour leader

Archivio di Aprile 2008

18 Aprile 2008

Cronache kennedyane: cosa posso fare per il mio Paese?

Don’t ask what your country can do for you, ask what you can do for your country. (John F. Kennedy)
Non chiedere che cosa il tuo paese può fare per te, chiediti invece che cosa puoi fare tu per il tuo paese.

Questo post è scritto con il pollice, dal mio cellulare, in treno. Su un Locale- anzi, un Regionale- tra Bologna e Rovigo, uno di quei treni che ti parlano della provincia profonda, dai cui finestrini passa, come al cinema, la cronaca della vita quotidiana di paese: ragazzini con zaini sempre più grandi e sempre più firmati vanno a scuola, alcuni individui entrano al bar per colazione prima del lavoro, altri alzano le saracinesche, perché per loro il lavoro è già cominciato. Le altissime gru lentamente riprendono a ruotare in aria, sopra le impalcature, mentre qualche leprotto si ferma ad osservarle saltando per i campi vicino alla ferrovia: li conosce ormai bene questi posti, sa che vicino quella chiassosa macchina di metallo è al sicuro dai cacciatori. Alcuni rampicanti aggrediscono il muretto bianco di un casottino, forse un vecchio cesso circondato da erbacce, a pochi metri dal nuovissimo cartello blu cobalto della stazioncina di G.. Gli ombrelli si aprono per la pioggia, le vecchiette- sempre più solo loro- si accalcano intorno ai furgoncini degli ambulanti: venerdì pesce, ovvio! Pochi ma industriosi passeggeri salgono e scendono velocemente da questo treno: troppo pochi, troppi altri in auto e più tardi. Male, molto male per un paese fiorito sulle suole delle scarpe, il risparmio, i fornelli e le sveglie all’alba.

Paesaggio dal treno

Qui, sprofondato in un sedile duro e scomodo, guardo il cielo plumbeo e mi chiedo: cosa posso fare per il mio paese? Parlo delle sue ricchezze, anche in inglese; ci porto i turisti da fuori; mi brillano gli occhi quando racconto della bellezza dell’Italia. Lavoro sodo, mi alzo la mattina alle cinque e vado a letto la sera alle dieci e mezza. Ma basta? Sarà sufficiente? Tante volte penso che potrei fare di più, ma come? Cosa? Non per me, vado già benino di mio. Ma per questo Paese, per la mia gente, per le mie tradizioni, così in declino e rassegnatamente quasi addormentato verso il baratro della dittatura (e) dell’omologazione.

Cosa potrei fare per questo mio Paese?

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15 Aprile 2008

Elezioni: spunti interessanti dalla rete e dalla storia, per capirne un po’ di più

Nel dopo elezioni, o meglio, dopo la parvenza di elezioni democratiche, con la delusione enorme che ho in corpo (che peraltro covava già molto prima del voto), col ritorno della DC semmai non ce ne fossimo accorti (gli diamo sei mesi di tempo al Berlusca per liberarsi della Lega, e a Veltroni di Di Pietro, per riformare la DC forse anche più oscurantista di vent’anni fa, visto che si è anche affrancata dalle forze di sinistra?), mi piacerebbe proporre alcuni pezzi tra i più interessanti che ho letto, IMHO.

Il primo, di stampo strettamente attuale, per quanto tenti di spaziare nel generale, è di Suzukimaruti.

Il secondo porta invece a riflessioni “oltre”, e che sarebbero tremendamente utili per capire dove ci stiamo dirigendo (e capire perché per prendere voti oggi si parli di pensioni e non più di posti di lavoro), a prescindere dagli orientamenti politici di turno, visto che sono tutti di breve respiro. E’ un articolo del Solista sulla bomba demografica, sempre più pericolosa.

Poi, due riflessioni eterne, fatte quasi quarant’anni fa dal più grande e acuto intellettuale italiano del dopoguerra, rinnegato in primis dalla sinistra.

Nella prima, Pasolini che dà la misura di quanto effettivamente sia potente e antidemocratica la televisione. Nonostante Internet, la composizione socio-demografica dell’Italia pende ancora troppo dalla parte di questo medium di massa.

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La seconda è un’analisi, anche questa sempre attuale, della società dei consumi. Qui un breve estratto, ma su youtube si trovano versioni anche più lunghe:

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Nell’una e nell’altra riflessione si potrebbe notare che oggi siamo nel momento di massima tensione di entrambi i sistemi (i medium di massa lentamente soppiantati dalla rete, la società dei consumi che mostra qualche barlume di crepa). Sarebbe interessante, ahimé, poter avere qui Pasolini per sentire oggi le sue opinioni.

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14 Aprile 2008

Torino, stadio Filadelfia, o quel che (purtroppo) ne resta

Ad ottobre, ogni due anni, Torino è sinonimo del più grande evento del food in Italia. A torto o a ragione, visto e stravisto oppure no, in declino o in crescita, vero o finto, quando si parla di cibo tra esperti, appassionati o addetti, gli anni pari si parla del Salone del Gusto. Come quasi tutti gli eventi che fanno parlare di Torino, anche questo è ospitato al Lingotto. Del resto, la Fiat - anche se in declino - è sempre presente, e casa Agnelli pur defilata resta padrona. Padrona di una città ormai ridotta a succursale di Milano, visto che in treno è raggiungibile a qualsiasi ora solo da lì; porta d’ingresso alla Francia, ma sarebbe più appropriato dire zerbino visto che Bologna, cioè l’Italia, ha pochissimi treni diretti in andata, ancor meno al ritorno, nessuno ad orari compatibili con una cena. Naturalmente Trenitalia, in casa Fiat, non si azzarda a proporre treni speciali che viaggino anche di notte.

Nel 2004 al Salone del Gusto partecipai anch’io, ed ebbi l’occasione di conoscere personalmente Marc Millon, Beatrice Ughi, Carla Latini e praticamente tutti i produttori della scuderia di Vyta, alla quale stavo lavorando. Fu un’esperienza significativa, forte, molto interessante (se dico golosa è scontato), senza dubbio imperdibile.

Ma di quella giornata, in una Torino senza più un posto letto (non sarebbe accaduto neanche per le Olimpiadi), fu un altro l’episodio che mi rimase impresso a fuoco. Arrivato in mattinata da Bologna, per fortuna fui ospite del carissimo Michele Bredice, un ragazzo conosciuto nel Campo di Formazione Capi Scout, il quale ahimé non sento più da diverso tempo; in una Torino assolata e fresca, mi stavo dirigendo dalla stazione Lingotto a casa sua, in Corso Unione Sovietica, non lontano dall’attuale Stadio Olimpico (il vecchio Comunale).

Per arrivare da Torino Lingotto a Corso Unione Sovietica c’è da farsi un pezzetto a piedi, di strada e di storia, nel più classico dei sobborghi operai italiani. Un’occasione da non farsi sfuggire, perché fra qualche anno (anzi, già sta accadendo) questa zona verrà rivalutata, c’è da starne certi, dato che l’industria pesante oramai non c’è più.

Ad un certo punto, per arrivare a Corso Unione Sovietica si gira a destra, e si imbocca via Filadelfia. Qui non è più strada, è solo storia, la storia di un monumento completamente abbandonato a se stesso.

Per i veri appassionati di calcio, a Torino - dopo la Mole - viene il vecchio stadio Filadelfia. A Barcellona, Madrid, Manchester, Liverpool ne avrebbero fatto un museo, con tutti i trofei, filmati, cimeli e ammennicoli del Grande Torino. Qui no: lo si abbatterà per farne uno dei tanti centri commerciali. Eppure, anche diroccato, basta affacciarsi dai finestrini delle vecchie biglietterie (con sopra stampigliato il settore di entrata) che tra le macerie sembra di rivedere le telecronache dell’istituto Luce.

Nel secondo dopoguerra, il Toro era il club più forte del pianeta. Oggi non sapremmo a chi paragonarlo: forse al Milan di Sacchi, o ai Galacticos del Real Madrid, ma sarebbe riduttivo. Troppo il divario con gli altri club, suggellato dalla convocazione in blocco nella Nazionale italiana (ci si avvicinerà solo la Juventus nell’Italia campione del 1982), all’epoca reduce da due titoli mondiali. Va detto che il Toro aveva beneficiato della guerra, garantendosi i migliori giocatori in cambio dell’esonero dal servizio militare grazie agli stratagemmi del presidente Ferruccio Novo.

Il divario non è però solo tecnico: il Grande Torino negli anni quaranta ha una gestione che sarà eguagliata solo negli anni Ottanta. Nel 1948 è in Brasile, poi gira l’Europa inaugurando (e riempendo) diversi stadi, costituendo un richiamo di pubblico senza pari. Premi partita, onorari e fama ne fanno la squadra più ricca e famosa del mondo. Basti pensare che Altafini, ai mondiali di Svezia con la nazionale verdeoro, viene soprannominato Mazola per una vaga somiglianza col capitano granata.

Proprio la fama, complice la nebbia e un altimetro sballato, sarà paradossalmente la causa della tragedia di Superga, che consegnerà al mito un undici impareggiabile. Di ritorno da Lisbona, da una delle tante amichevoli, l’aereo con i giocatori si schianta all’ingresso della Basilica di Superga, sulle colline torinesi. Il servizio del cinegiornale merita di essere visto, perché fotografa un’epoca ed uno stile narrativo che oggi non esistono più.

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Resta il fatto che oggi, in via Filadelfia, c’è uno stadio diroccato, neanche risalisse ai romani, dove gli echi delle grida e i rumori dei calci al pallone ancora rimbombano tra le macerie delle gradinate, le erbacce e le porte rotte. Concludo con un monologo di Giorgio Albertazzi, in una fiction dedicata al Grande Torino, in video qui sotto:Il tempo, quando entra qui, si ferma un attimo, e si toglie il cappello.

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1 Aprile 2008

Giovedì e venerdì prossimi in esplorazione

Il 3 e 4 aprile si va in esplorazione, alla scoperta delle Marche: se mi definisco Scopritore delle Marche c’è un perché.

Naturalmente, la scoperta è un processo continuo, che necessita di “aggiornamento”. In questi due giorni mi dedicherò al Piceno, uno dei luoghi più belli d’Italia. Via Sarnano, arriverò sui Sibillini, poi di sfuggita Ascoli e infine verso la costa, con tappa a Offida. Nel tragitto, posti, luoghi, ristoranti, negozi, spacci, panorami e racconti. E foto, che spero di mettere online quanto prima.

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