L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 5 - Uluru / Ayers Rock
Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.
Quarta parte, il Top-End.
E’ martedì 23 ottobre, siamo arrivati in Australia ormai da due settimane, e come ultima tappa del nostro viaggio in the Land Down Under scegliamo il deserto.
Uluru, o Ayers Rock a seconda che si voglia essere politically correct o meno, è raggiungibile da Darwin via Alice Springs, uno degli aeroporti più desolanti dell’Australia. Pulito, luminoso, ma ci sono tre negozi in croce, è lontanissimo dal paese (circa mezzora in auto), sicché per il nostro stopover di tre ore non vale la pena. Restiamo in sala d’attesa a chiacchierare, dopo aver cercato invano di noleggiare un’auto per il nostro arrivo ad Ayers Rock.
Il volo seguente dura un attimo: in tre quarti d’ora il nostro piccolo aereo raggiunge Yulara, base di partenza per la visita a Uluru.
Piccola digressione logistica: Uluru è il monolito, che sorge vicino ad un gruppo montuoso chiamato Monti Olgas o Kata Tjuta. A una quindicina di chilometri da Uluru, circa venti minuti di auto, c’è il paese di Yulara. Oddio, più che un paese è un complesso residenziale, formato da diversi alberghi, qualche campeggio, un centro commerciale e le case di chi lavora lì. In effetti, mette abbastanza tristezza, perché ricrea l’atmosfera del villaggio vacanze. Ma è l’unico modo per vedere il monolito, a meno di non alloggiare a circa ottanta chilometri di distanza, nei pressi di Monte Conner, che a differenza del suo omonimo marchigiano è disadorno ed estremamente desolato, con un piccolo e squallido alberghetto da mezza stella per risparmiare qualcosa.
Eh già, perché i prezzi ad Uluru sono veramente alti, dato l’oligopolio dei resort. Noi siamo stati al Pioneer Lodge, in camera standard, tre notti. Il bello di questo posto è il grandissimo barbecue al centro del complesso, dove poter cucinare l’ottima carne di canguro, emu, coccodrillo o manzo (ma anche pesce) acquistata al bancone attiguo. Insalate e verdure varie sono comprese nel prezzo e reperibili in dei contenitori al fresco vicino al barbecue. Ottimo per noi, che in questo modo abbiamo potuto evitare contaminazioni da glutine, avendo acquistato per pochi euro una piccola bistecchiera molto pratica da portarsi dietro. Ed ottimo anche per risparmiare, visto che non è affatto il caso di svenarsi per assaggiare la pessima cucina australiana, quale che sia l’influenza (indiana, cinese, tailandese, giapponese o italiana).
Altra cosa da fare appena arrivati a Uluru è noleggiare un’auto. Sono piuttosto care, con chilometraggio limitato (per scoraggiare scorribande nel deserto) e scoperte da assicurazione se si guida di notte. Però sei veramente libero di fare come ti pare, senza essere schiavo di bus, pulmini o (peggio) gite organizzate. Alcuni affittano l’auto ad Alice Springs, pernottano a King’s Canyon e lasciano l’auto a Yulara, ottima scelta che purtroppo noi non abbiamo fatto. Ma vanno dosate bene le energie, perché guidare in Australia è stancante, specie nel deserto, nonostante le strade siano perfette. Duecento chilometri nel nulla ne valgono seicento in Italia.
Che dire di Uluru? Nulla. Va visto e basta. E se lo vedete, andate fino alla base, per scorgerne i solchi profondi lasciati dall’acqua, ed accorgervi di quanta acqua stia sotto al deserto. Strano questo deserto, me lo immaginavo diverso: è pieno di alberi, arbusti, con un caldo (è ottobre, però) di una bella giornata di giugno, con l’ombra che rimane fresca, e con le serate che vogliono una felpa.
E poi fa effetto arrivare al laghetto, proprio sotto al monolito, per capire come mai possa apparire sacro questo gigante. La cosa che mi ha colpito di più, a Uluru, è stato il silenzio. Il buio no, quello l’avevo visto anche da altre parti. Ma il silenzio, con gli ululati dei dingo in lontananza, è dolcissimo. Questo va apprezzato di Uluru. Il resto è fuffa per turisti, dalla cena nel deserto (Sounds of Silence, una delle cose più ridicole, mancava la claque che dicesse “dai, forza, ora baciatevi, su!”), agli aborigeni in esposizione che raccontano come cacciavano i loro avi in squallide gite preconfezionate.
Da segnalare, per gli appassionati di foto, il tramonto con il monolito che cambia colore (anche se forse gli Olgas rendono meglio in questo momento della giornata). Ci sono vari punti di osservazione in cui gustarsi l’evento, tutti comodamente raggiungibili dai resort.
Simpatica l’alba vista sul dorso di un dromedario, per l’esperienza con questi animali particolari. E particolare anche la loro storia: vennero importati in Australia per il trasporto di vivande nel deserto. Con loro i pakistani e gli afghani, espertissimi allevatori e conduttori di dromedari, oltre che membri dell’impero coloniale britannico. La pista dei dromedari da Adelaide a Alice Springs a Darwin era tutta loro, tanto da essere chiamata la pista “afghana”, donde il nome “The Ghan” della linea ferroviaria Adelaide - Darwin. Ancora più curioso è che appena venne costruita la linea ferroviaria, molto più competitiva, afghani e pakistani si ritirarono in buon ordine, tornandosene a casa, chi coi dromedari, chi più semplicemente abbandonandoli nel deserto, dove tuttora sottraggono grandi quantità d’acqua alle altre specie animali. Si capisce perché gli australiani abbiano la fisima della quarantena e delle contaminazioni ecologiche, visto che tra conigli, bufali e cammelli mezzo continente è squilibrato.
In questi tre giorni a Uluru riusciamo anche a riposarci, sfiniti dai sei giorni ininterrotti di tour, più o meno belli ma sempre intensissimi, e dai continui sbalzi climatici. Ne avevamo bisogno, anche perché adesso, dopo un giorno di stopover a Melbourne, ci aspetta la Polinesia…




..anche mi a moglie è celiaca..andare all’estero è dura.. vero?:-) per organizzare il viaggio di nozze è stata un’impresa…e alla fine baleari ok ma crociera msc un disastro :-(…con calma leggerò i tuoi post per vedere com’è andata in australia dove un giorno mi piacerebbe andare e dove mi pare di aver intuito è possibile una vacanza più o meno “senza glutine” …credo tu mi capisca quando dico che la vacanza è bella quando vedi anche tua moglie tranquilla e felice per l’ “attenzione” che dimostrano anche per lei..
Scritto da pasquale, il 15 Aprile, 2008 at 14:52
La tranquillità in un viaggio è essenziale per godersi appieno l’esperienza. Poi ovvio, l’avventura aggiunge del sale, basta che la si viva come tale.
In generale, il consiglio è di evitare tour organizzati per tante persone, si rischia di essere risucchiati nell’omologazione e di sentirsi sempre i bastian contrari. Se proprio non ne si può fare a meno, due giorni, massimo tre, non di più, al limite si mangeranno frutta e verdura, carne e formaggi (quelli si trovano più o meno ovunque).
Se vi muovete da soli, Australia e Nuova Zelanda sono le mete ideali. E’ tutto etichettato, e se scrivete all’associazione celiachia del posto vi mandano tutto il materiale. Sono avanti anni luce. Ovvio, un po’ di inglese dovete conoscerlo.
Negli aerei non vi preoccupate, per le tratte lunghe sono soddisfatte tutte le esigenze, anche se il mangiare fa schifo, ma questo vale tanto per lei quanto per te!
Ideale, quando arrivate là, comprarvi un piccolo tostapane (da 10 dollari) per abbrustolire il loro ottimo pan carrè senza glutine, nulla a che vedere con la plastica che c’è da noi. Stiamo cercando di trovarlo, ma è molto difficile.
E una piccola pentola per fare bistecche arrosto da mettere sopra al barbecue (ve ne sono moltissimi) così vi garantite assenza di contaminazioni. Credimi, è più semplice di quanto sembri.
Scritto da Capitan Angi, il 16 Aprile, 2008 at 12:46