TOURblog

Il diario popolare dei viaggi di Angelo Recchi, tour leader (con un’attenzione particolare al gluten-free)

Archivio di Gennaio 2008

31 Gennaio 2008

Evviva, che bel Paese!

Giusto per iniziare bene la giornata. Ma il bello è che il suo elettorato si impettisce e dice piccato Visto? Mica era colpevole! Che poi la scelta era tra la prescrizione e l’assoluzione perché l’imputato, a processo in corso, ha stabilito che non è più reato (ps: negli USA ti fai 25 anni di galera).

E’ questa ignoranza che mi fa incazzare, così come il Ministro della Giustizia che dice che non crede alla giustizia, ma fa notizia perché legge una poesia (che non era manco di Neruda oltretutto, ma tanto è uguale.

Fantastico il nostro paese (con la minuscola, ci mancherebbe!).

Stranieri, venite in Italia, prima che affoghiamo con la baracca e tutto. Forse, attendendo un po’, qualcuno finalmente cementificherà anche il centro storico di Roma. Si può? Non si può? E chi se ne frega: mica si va più in carcere in Italia.

A meno che non ti fai una canna, o non coltivi marijuana come Aldo Bianzino. Per il qual caso può anche esserci la pena di morte, altro che moratorie.

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29 Gennaio 2008

L’Archiginnasio, orgoglio intimo di Bologna

In un recente post raccontavo di Piazza Maggiore anima bolognese, luogo preferito, la piazza da vedere, non perché più bella (ché Piazza Santo Stefano la supera), ma perché è La Piazza: quando accade qualcosa, in città, qualcosa di importante, accade lì. Santo Stefano è il set di Romano Prodi, Piazza Maggiore è il confronto tra la politica di Palazzo d’Accursio, il Duomo di San Petronio, il mercato di via Clavature appena defilato e la cultura dell’Archiginnasio poco oltre il portico del Pavaglione.

Se via Clavature col suo mercato è facile da trovare, e si impone ai sensi come una sciabolata di colori, voci, suoni e profumi, l’Archiginnasio è l’orgoglio della città, qualcosa di intimo, quasi da nascondere. Simbolo assoluto della cultura bolognese, e quindi della storia, e quindi dell’economia e della cucina, l’Archiginnasio è l’essenza di Bologna sublimata nell’eleganza più pura.

Per capire cos’è Bologna si deve prima arrivare in Piazza Maggiore, poi di corsa NON al mercato, ma all’Archiginnasio, in Piazza Galvani, il privé di Piazza Maggiore. Sembrerà strano, ma sono relativamente pochi i bolognesi che hanno visitato il luogo che segna l’importanza (e la ricchezza) della propria città. Ma forse questo accade ovunque, quanti romani hanno visto i Musei Vaticani, e quanti fiorentini gli Uffizi?

L’Archiginnasio, dal nome classicheggiante, è il primo “politecnico” sorto in Europa. Verso il Cinquecento, essendo le facoltà sparse per tutta la città, si decise di riunirle in un’unica sede. Fu così che Artisti ma soprattutto Legisti e Medici si ritrovarono a condividere lo stesso ambiente, dividendosi tra la Sala Lettura della Biblioteca (Aula Magna degli Artisti), la Sala dello Stabat Mater (per i Legisti), e soprattutto il Teatro Anatomico (per i Medici).

Seconda città papalina, intrisa di Chiese, Bologna fu la prima ad avere l’autorizzazione allo studio dei cadaveri, pur con ampie riserve clericali (simboleggiate dalla finestra dell’Inquisitore di fronte alla cattedra). Forse sarebbe stato meglio far come a Padova, in cui il tavolo veniva ribaltato ed il cadavere gettato nel fiume. Ma sotto questo edificio non ci sono fiumi, e poi troppa era la vicinanza ai centri di potere ecclesiastico. Resta il fatto che il Teatro, con i suoi intarsi, i cassettoni e le statue interamente in legno (praticamente tutte ricostruite dopo il bombardamento di sessantaquattro anni fa esatti) è uno dei templi della medicina italiana, di cui Bologna rappresenta senza dubbio centro di eccellenza.

Il Teatro Anatomico nell’Archiginnasio

Basterebbe già questo, eppure l’Archiginnasio è qualcosa di ulteriore. E’ incredibile quanti stemmi punteggino i loggiati del cortile, fitti fitti, colorati, alcuni grandi, altri piccoli, di studenti provenienti da tutta Europa, uno addirittura dalle Americhe. Faentini, ravennati, lusitani e tedeschi, milanesi, torinesi e forlivesi, è un arcobaleno di città e colori che indica come nella ricchezza più che nella cultura (che in passato peraltro erano sinonimi, visto che studiare per i ricchi) non esistano confini politici.

Ecco: è in questo cortile la vera essenza di Bologna: il miscuglio, l’incrocio di città, paesi, tradizioni che ha fatto dell’antica Felsina il nodo nevralgico d’Italia. Solo grazie a questo Bologna diventa la capitale della gastronomia italiana. Titolo che - ahimé - ha perso da tempo nella ristorazione, ma che mantiene saldamente nello splendore di via Clavature: esistono splendidi mercati coperti (anche Bologna in Via Ugo Bassi ne ha uno di ottima fattura), ma poche città possono vantare un tripudio artistico di colori, profumi ed esposizioni, all’aperto e a due passi dalla piazza principale, come il quadrilatero tra via Clavature e via Pescherie Vecchie, vero cuore pulsante del sabato pomeriggio.

A Bologna lo shopping di classe è questo, altro che i vestiti in Galleria Cavour. La moda lasciamola alle grandi piazze, lasciamola a via Montenapoleone e a via Condotti: Bologna la Grassa, la vera Bologna, quella della mortadella, abita qui.

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25 Gennaio 2008

Minimetro Perugia: ma secondo voi è bello?

Non so, non riesco a spiegarmi una cosa. Leggo del minimetro di Perugia, e vado a vedere alcune foto.

Mah, a me sembra brutto (e non solo a me, a quanto vedo). Mi pare la classica monorotaia, quindi brutta per definizione: basta pensare a Seattle o Sydney. E’ come avere un garage in cucina. I vagoni passano ad altezza finestre, vista cesso, svelando più il brutto che il bello delle città. Dalle foto sembra l’orribile bretella di Roma, che Paolo Villaggio non a caso battezzò nella scena dell’autobus preso al volo da Fantozzi.

Oltre che brutte, poi, le monorotaie sono inutili. Passata l’euforia iniziale, resta un serpentone di cemento, fisso ed immobile, visibile e panoramicamente devastante. Il contrario di un moderno sistema di mezzi di trasporto, elastico, flessibile, deviabile. Il contrario delle scale mobili per le quali Perugia ha dato scuola in Italia: sotterranee, poco invadenti, pratiche e funzionali: il centro storico accessibile parcheggiando in pianura. Credo che il minimetro sia la perfetta infrastruttura positivistica da Esposizione Universale anni cinquanta. Peccato che quell’epoca sia passata da un pezzo.

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24 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 6 - Un giorno a Melbourne

Lasciato il deserto, partiamo da Uluru per la Polinesia, destinazione Isole Cook.

Piccolo problema: l’unica compagnia che vola a Rarotonga è l’ottima Air New Zealand. Peccato che i voli dalla costa Est decollino tutti tra mezzogiorno e le due, che da Uluru si possa partire non prima di mezzogiorno e che quindi c’è da fare uno stopover di un giorno a Sydney o Melbourne.

Si dà il caso che a Melbourne viva il mitico Davide Schiappapietra, compagno di merende dei tempi universitari, tra le risate più grasse fatte in quel periodo memorabile. Naturale fermarsi da lui, tanto più che di venerdì aperitivo e cena fuori non fanno danni. L’intenzione era quella di elemosinare un pagliericcio a casa sua, ma Davide, che ringraziamo ancora, ci offre una bellissima camera in albergo a Carlton, proprio ai margini del centro.

Curiosa la sua storia: nato e cresciuto a Brugherio, praticamente sotto la torre di Mediaset, laureato in Scienze della Comunicazione, appassionato di radio e televisione, non riesce a trovare lavoro in Italia.

Decide di cambiare aria, e la cambia davvero, tanto che dall’altra parte del mondo lo prendono alla radio nazionale (la nostra Rai, tanto per capirci), per alcuni mesi lo chiudono a doppia mandata in uno stanzino a fare corsi di impostazione vocale, corsi di dizione, lezioni di inglese per impararlo alla perfezione, gli spiegano vita morte e miracoli della radio e lo affiancano ad un team di realizzazione di una trasmissione multilingua. Uno spettacolo la redazione: ogni scrivania una nazione, Davide lavora fianco a fianco con una coreana, poco più in giù un francese, uno spagnolo, un pakistano, indiano, cinese e via dicendo.

Curiosa la storia di Davide, mica poi tanto: è la storia di tanti emigrati moderni, di tanti laureati che vanno a lavorare (e lavorano, e guadagnano!) all’estero. Cara vecchia Italia, sei sempre la Cenerentola tra le più ricche: prima della guerra i contadini, dopo la guerra i minatori, ora i laureati, tutti verso le stesse destinazioni.

Il giorno a Melbourne è forse il più intenso, non per la città, che somiglia ad altre cento, per quanto sia eccellente nei servizi: un bel lungofiume sulle rive dello Yarra river, tante etnie mescolate insieme, il sindaco di Hong Kong, un sistema di trasporti efficientissimo, il circuito di Formula Uno in pieno centro.

E’ intenso per le emozioni, le storie da conoscere, le immagini viste. Gli studi radio che ci mostra Davide sono interessantissimi, non ne avevamo mai visti. Addirittura Francesca registra una base di apertura, che lui perfeziona col mixer. Il suo corner in redazione sembra la camera di un adolescente: poster del Milan, adesivi, segnalibri ovunque, post-it, computer sempre acceso, appunti sparsi un po’ ovunque.

E’ sempre lui: puoi spostarlo in capo al mondo, ma la sua fede milanista è incrollabile, anche se deve alzarsi alle sei di lunedì mattina per vedere il posticipo!

Già, è sempre lui, e la serata scorre via divertente, piena di aneddoti, racconti, macchiette che la sua indole curiosa e vivace partorisce in continuazione.

Mancava a questo viaggio un tassello: di solito, quando vado all’estero, capito sempre nelle comunità italiane. E’ accaduto a Londra - quando sono andato a trovare mia zia - accadde a Toronto per analoghi motivi, e a Vancouver per vedere la partita degli Europei 2000. Nello stesso periodo, ad Eindhoven per lavoro dovevo intervistare i tifosi italiani per Italia-Svezia: ce ne fosse stato uno che vivesse in Italia. Colonia, Belgio, addirittura Brisbane!, tutti felici di sentirsi finalmente italiani fra italiani. Ad Atene invece la comunità l’avevamo creata noi vacanzieri, festeggiando la vittoria del Mondiale sotto l’Ambasciata Francese non blindata, uno dei pochi vantaggi di trovarsi all’estero in un momento simile.

La lacuna si colma presto, nel dopo cena, anche perché Davide vive lì. A Carlton, che Sonego quarant’anni fa dipinse alla grande nel suo Diario Australiano, bar ristoranti e locali ambigui fanno a gara nello sfoggio di tutta la simbologia italica: Ferrari Nazionale Milan Pizza Pavarotti Cannavari e Pulcinelle debordano dalle vetrine. Ragazzotti che bevono ad alta voce, incollanati come i più retrò dei tamarri, fanno tenerezza. Parlano quell’italiano di una volta, quel dialetto che non c’è più. A volte non lo parlano neanche più l’italiano, ma vedessi come tifano quando c’è la nazionale.

Immagino la faccia dei tanti Alberto Sordi che all’epoca, quando divertimenti e donne scarseggiavano, andavano alla Casa dell’Emigrante rivaleggiando per elemosinare appuntamenti con due o tre cessi da competizione: “Ma che le uimmene so solo queste? Tre, pelose, e pure presuntuose!”.

Salutiamo Davide, che a marzo tornerà in Italia per qualche mese, prima di decidere se rimanere a vivere laggiù for good. E’ logico che voglia pensarci attentamente: va bene la modernità, va bene i trasporti efficienti, va bene anche Internet e le chat; ma l’Australia è sempre laggiù, a ventisette ore di viaggio e tanti soldi di aereo. Forse è uno dei pochi posti rimasti in cui davvero partire è un po’ morire.

(continua con la Polinesia…)

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23 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 5 - Uluru / Ayers Rock

Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.
Quarta parte, il Top-End.

E’ martedì 23 ottobre, siamo arrivati in Australia ormai da due settimane, e come ultima tappa del nostro viaggio in the Land Down Under scegliamo il deserto.
Uluru, o Ayers Rock a seconda che si voglia essere politically correct o meno, è raggiungibile da Darwin via Alice Springs, uno degli aeroporti più desolanti dell’Australia. Pulito, luminoso, ma ci sono tre negozi in croce, è lontanissimo dal paese (circa mezzora in auto), sicché per il nostro stopover di tre ore non vale la pena. Restiamo in sala d’attesa a chiacchierare, dopo aver cercato invano di noleggiare un’auto per il nostro arrivo ad Ayers Rock.

Il volo seguente dura un attimo: in tre quarti d’ora il nostro piccolo aereo raggiunge Yulara, base di partenza per la visita a Uluru.

Piccola digressione logistica: Uluru è il monolito, che sorge vicino ad un gruppo montuoso chiamato Monti Olgas o Kata Tjuta. A una quindicina di chilometri da Uluru, circa venti minuti di auto, c’è il paese di Yulara. Oddio, più che un paese è un complesso residenziale, formato da diversi alberghi, qualche campeggio, un centro commerciale e le case di chi lavora lì. In effetti, mette abbastanza tristezza, perché ricrea l’atmosfera del villaggio vacanze. Ma è l’unico modo per vedere il monolito, a meno di non alloggiare a circa ottanta chilometri di distanza, nei pressi di Monte Conner, che a differenza del suo omonimo marchigiano è disadorno ed estremamente desolato, con un piccolo e squallido alberghetto da mezza stella per risparmiare qualcosa.

Eh già, perché i prezzi ad Uluru sono veramente alti, dato l’oligopolio dei resort. Noi siamo stati al Pioneer Lodge, in camera standard, tre notti. Il bello di questo posto è il grandissimo barbecue al centro del complesso, dove poter cucinare l’ottima carne di canguro, emu, coccodrillo o manzo (ma anche pesce) acquistata al bancone attiguo. Insalate e verdure varie sono comprese nel prezzo e reperibili in dei contenitori al fresco vicino al barbecue. Ottimo per noi, che in questo modo abbiamo potuto evitare contaminazioni da glutine, avendo acquistato per pochi euro una piccola bistecchiera molto pratica da portarsi dietro. Ed ottimo anche per risparmiare, visto che non è affatto il caso di svenarsi per assaggiare la pessima cucina australiana, quale che sia l’influenza (indiana, cinese, tailandese, giapponese o italiana).

Altra cosa da fare appena arrivati a Uluru è noleggiare un’auto. Sono piuttosto care, con chilometraggio limitato (per scoraggiare scorribande nel deserto) e scoperte da assicurazione se si guida di notte. Però sei veramente libero di fare come ti pare, senza essere schiavo di bus, pulmini o (peggio) gite organizzate. Alcuni affittano l’auto ad Alice Springs, pernottano a King’s Canyon e lasciano l’auto a Yulara, ottima scelta che purtroppo noi non abbiamo fatto. Ma vanno dosate bene le energie, perché guidare in Australia è stancante, specie nel deserto, nonostante le strade siano perfette. Duecento chilometri nel nulla ne valgono seicento in Italia.

Che dire di Uluru? Nulla. Va visto e basta. E se lo vedete, andate fino alla base, per scorgerne i solchi profondi lasciati dall’acqua, ed accorgervi di quanta acqua stia sotto al deserto. Strano questo deserto, me lo immaginavo diverso: è pieno di alberi, arbusti, con un caldo (è ottobre, però) di una bella giornata di giugno, con l’ombra che rimane fresca, e con le serate che vogliono una felpa.

E poi fa effetto arrivare al laghetto, proprio sotto al monolito, per capire come mai possa apparire sacro questo gigante. La cosa che mi ha colpito di più, a Uluru, è stato il silenzio. Il buio no, quello l’avevo visto anche da altre parti. Ma il silenzio, con gli ululati dei dingo in lontananza, è dolcissimo. Questo va apprezzato di Uluru. Il resto è fuffa per turisti, dalla cena nel deserto (Sounds of Silence, una delle cose più ridicole, mancava la claque che dicesse “dai, forza, ora baciatevi, su!”), agli aborigeni in esposizione che raccontano come cacciavano i loro avi in squallide gite preconfezionate.

Da segnalare, per gli appassionati di foto, il tramonto con il monolito che cambia colore (anche se forse gli Olgas rendono meglio in questo momento della giornata). Ci sono vari punti di osservazione in cui gustarsi l’evento, tutti comodamente raggiungibili dai resort.

Simpatica l’alba vista sul dorso di un dromedario, per l’esperienza con questi animali particolari. E particolare anche la loro storia: vennero importati in Australia per il trasporto di vivande nel deserto. Con loro i pakistani e gli afghani, espertissimi allevatori e conduttori di dromedari, oltre che membri dell’impero coloniale britannico. La pista dei dromedari da Adelaide a Alice Springs a Darwin era tutta loro, tanto da essere chiamata la pista “afghana”, donde il nome “The Ghan” della linea ferroviaria Adelaide - Darwin. Ancora più curioso è che appena venne costruita la linea ferroviaria, molto più competitiva, afghani e pakistani si ritirarono in buon ordine, tornandosene a casa, chi coi dromedari, chi più semplicemente abbandonandoli nel deserto, dove tuttora sottraggono grandi quantità d’acqua alle altre specie animali. Si capisce perché gli australiani abbiano la fisima della quarantena e delle contaminazioni ecologiche, visto che tra conigli, bufali e cammelli mezzo continente è squilibrato.

In questi tre giorni a Uluru riusciamo anche a riposarci, sfiniti dai sei giorni ininterrotti di tour, più o meno belli ma sempre intensissimi, e dai continui sbalzi climatici. Ne avevamo bisogno, anche perché adesso, dopo un giorno di stopover a Melbourne, ci aspetta la Polinesia

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22 Gennaio 2008

Alla ricerca di qualche agenzia di viaggi italiana che “parli” in rete.

Dice ok, spari sempre sulle agenzie di viaggio, ma non puoi fare di tutta l’erba un fascio, non è corretto

E’ vero, chiariamo i punti ambigui. Non odio le agenzie di viaggio, anzi, quelle le amo da morire. Il problema vero è che purtroppo le agenzie di “viaggio” sono pochissime. Molto, moltissimo, è - per ragioni del tutto condivisibili - un polpettone da supermercato turistico.

Accade per diversi settori, tipo l’abbigliamento: nei centri commerciali i vestiti fanno schifo e costano un botto, per trovare negozi validi in cui riesci a comprare bene senza accendere mutui per capi di buona qualità devi girare con una bacchetta da rabdomante. Perché? Perché gli ostacoli oggi sono molti, ma soprattutto a saper far bene il proprio lavoro sono davvero in pochi.

Idem per le agenzie, non solo italiane, come ho avuto modo di constatare.

Oggi giravo un po’ in rete, alla (disperata) ricerca di qualche blog interessante di agenzie di viaggi. Ho guardato un po’ su technorati, per ora niente di rilevante. Siti e blog anche belli nella grafica, ma senz’anima. Informazioni in stile da catalogo, poco o nulla delle persone che ci lavorano dentro, commenti inesistenti quando non finti (ma il Fabio di Gattinoni si fa dieci vacanze l’anno o è l’autore del blog?), forum deserti che a quel punto andrebbero tolti.

Mi pare che finora i maggiori risultati li abbia colti chi è andato a spulciarsi i forum “veri”, già esistenti in rete, dando commenti, suggerimenti e disponibilità all’acquisto.

Ovviamente, attendo segnalazioni di agenzie con blog o sito valido. Non vedo l’ora!

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21 Gennaio 2008

L’itinerario ragionato del nostro viaggio di nozze, per auto-organizzatori: 4 - il Top End

Qui le puntate precedenti:
Prima parte, Sydney.
Seconda parte, le Great Ocean Road.
Terza parte, Kangaroo Island.

Arriviamo a Darwin da Kangaroo Island via Adelaide venerdì 19 ottobre verso le due di notte. Alcune ore dopo avremo il tour di quattro giorni nel Top-End: tra Kakadu, Katherine Gorge e Litchfield ci spareremo più di mille chilometri, inevitabile ricorrere ad un tour guidato (in senso proprio: voce del verbo “guidare”). Lo abbiamo prenotato presso un’agenzia viaggi di Sydney: ci hanno garantito che sono ben informati ed equipaggiati per i pasti senza glutine.

Alla decisione concorre il fattore caldo: non so bene come affrontare i rischi della calura per il cibo (che dovremo portarci sempre dietro, soprattutto pane e verdure, visto che mia moglie è celiaca), né su cosa far riferimento per il rischio disidratazione, cioè con che frequenza ci sono i distributori e i punti di ristoro, che strade conviene fare ecc.

A posteriori, mi convinco che un viaggio del genere è invece alla portata di chiunque abbia un minimo di sale in zucca: Rovigo d’estate è molto più disidratante di qualsiasi posto visitato in Australia ad ottobre. Il vero problema, risolvibile con un’auto dal bagagliaio capiente, è la scarsa frequenza - ma neanche troppo - di punti d’appoggio. E’ sufficiente fare un’abbondante spesa di cibarie il meno raffinate possibile, munirsi di un contenitore tipo vasca di plastica, dove riporre il cibo accanto a blocchi di ghiaccio in busta che vengono venduti ovunque. Meglio lasciare l’auto all’ombra in modo da evitare il caldo eccessivo, considerato che trenta gradi li fa sempre, sia di giorno che di notte, quando la temperatura scende sì e no di cinque gradi.

Del senno di poi son pien le fosse, ma ahimé capitiamo proprio in mani sbagliate. La guida - tale John Grant, un tasmaniano schizofrenico e sfasato - è disastrosa. Conosce poco o nulla dei posti che visitiamo (neanche dove fosse la croce del sud, che peraltro ad ottobre - scopriremo poi - è solo parzialmente visibile) e la mette sempre sullo pseudo-filosofico. Ma soprattutto, la sensibilità mostrata verso l’intolleranza al glutine di mia moglie è stata di segno addirittura negativo, con battute continue di pessimo gusto e completa ignoranza e indisponenza nei nostri confronti. Il che, da uno che deve anche prepararti pranzo e cena, è ovviamente imperdonabile.

Superfluo dilungarsi sui posti, inevitabilmente bellissimi, che alleviano di molto il disagio: qualsiasi descrizione con foto potete trovarvela ovunque in rete. Il punto è un altro: come sempre, non appena ci siamo affidati a un’agenzia, abbiamo toppato.

E’ inutile, gente: se parlate un minimo di inglese, lasciate perdere qualunque velleità del tipo “così risparmio tempo” o “pensano a tutto loro”. Di agenzie di viaggi così ne esistono pochissime, che giustamente costano. Il tour con Safari Connection, ovviamente acquistato tramite agenzia, ed ovviamente operato dalla controllata del mega-tour operator APT (Asian Pacific Touring) ha fatto tecnicamente cacare.

Ovvio che non ci sia modo per ottenere alcun rimborso, neanche se l’ultima notte dormi con rane ovunque, bagni fatiscienti e camere che se venisse l’Asl di Napoli le farebbe chiudere all’istante. Neanche se una guida del genere l’ultima sera, dopo essergli stati dietro come ad un bambino (e per fortuna che in Australia c’è una legge seria sugli allergeni compreso il glutine, altro che la baraonda di casa nostra!), ti mette la salsa alla soia con amido di frumento sul risotto quasi di nascosto, e tu resisti all’impulso più che umano di metterci anche lui dentro quel risotto.

Questo per raccontarvi l’esperienza passata nel Top-End, nonostante la bellezza inopinabile dei posti. Ovviamente, le uniche note organizzative che si distinguono sono quelle preparate da noi: l’Hotel dell’aeroporto di Darwin è ampiamente tra i migliori mai visti, nessun rumore, pulitissimo, elegante, con una piscina che da sola basterebbe a giustificarne la permanenza. Tre minuti e sei a letto, recita il claim nei pullmini navetta. In realtà ce ne vogliono sette.

Dopo Darwin, mi sono definitivamente convinto che i viaggi è meglio organizzarseli da soli, affidandosi - spendendo, sì, ma meritano - ai piccoli tour operator locali, gestiti da gente del posto, che quei luoghi deve per forza amarli per portartici in viaggio.

Ad ogni modo, valanghe di bagni nelle piscine naturali, vegetazione lussureggiante e l’impressione di vedere in che stato sono ridotti gli aborigeni: spesso ubriachi, sguardo assente se non carico di odio (a ragione, visto tutto quel che è stato fatto loro dall’uomo bianco). Questo soprattutto è ciò che ci portiamo come souvenir dal Top End.

Ora, martedì 23 ottobre 2007, il viaggio continua nel deserto

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18 Gennaio 2008

Così, giusto per farsi un’idea di dove muoversi…

Navigando navigando, vedo che Punto Informatico mette Saporetipico.it tra i siti per navigare. Ora, per quanto sia allergico al termine tipico, che oramai ha soppiantato alla grande il pittoresco di Montesano, la curiosità e l’autorevolezza che riconosco a Punto Informatico mi spingono alla visita.

Che dire? Accattivante e semplice la grafica, ma c’è una grossa pecca, a mio avviso: manca l’anima. Cosa pensano, cosa fanno, chi sono gli autori di questo sito? Che facce hanno? Non per farsi gli affari loro, ma almeno vedere una direzione, un’opinione.

I Vincisgrassi riportati così, tra le mille versioni e ricette opinabili (questa mi pare che metta un fottìo di burro e pochissimo olio), li trovo ovunque su Google: se a loro piacciono o meno, se ci metterebbero più olio e meno burro, se le rigaglie sono troppe o poche per i loro gusti, non lo so.

Comunque, un sito utile per prendere i punti di riferimento: cosa c’è, cosa non c’è in una regione anziché un’altra. E da lì, muoversi altrove.

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17 Gennaio 2008

Piazza Grande, l’anima di Bologna

Esistono nomi, simboli, luoghi che identificano subito una città. Sotto il Cupolone, all’ombra delle Due Torri, dalle parti del Conero, sotto il Vesuvio, in riva all’Arno, sotto la Mole, dalla Madunina, alla luce della Lanterna (più o meno…).

Altri, invece, ne indicano l’anima. Per Bologna il simbolo sono le Due Torri, ma l’anima è Piazza Maggiore, conosciuta anche come Piazza Grande, resa celebre da una canzone di Lucio Dalla, che racconta la storia di un barbone, un senzatetto, la cui casa è appunto Piazza Grande. E spesso, girando per strada a Bologna, vi troverete qualcuno dall’aspetto un po’ trasandato a vendervi un giornale chiamato proprio “Piazza Grande”. Lo acquista in conto vendita dall’Associazione, a 50 centesimi la copia. Quello che guadagna è suo.

L’Associazione Amici di Piazza Grande aiuta i senza tetto di Bologna nei delicati aspetti della loro vita, da quelli immediati (cibo e ricovero) a quelli meno intuitivi. Oltre al lavoro, infatti, chi di voi sa che costoro spesso non hanno residenza, poiché “senza fissa dimora”? Serve dunque un aiuto legale per dare concretezza ai diritti più elementari.

E così, da Piazza Grande parte un’iniziativa straordinaria, che in un paio d’anni ha coinvolto quasi tutta Italia: diversi avvocati mettono a disposizione un’ora o due al mese del proprio lavoro per assistere gratuitamente i senza tetto. Considerato il numero di avvocati in ogni città, ci vuol poco a far nascere lo sportello Avvocati di Strada, così che anche i senza tetto, gli ultimi per definizione, possano avere uno straccio di consulenza legale.

Addirittura, Piazza Grande è sopravvissuta ad un incendio che l’aveva quasi condannata: strinse i denti, cercò nuovi locali, ed alla fine cambiò sede, ma riaprì tutti i laboratori che peraltro davano lavoro a diversi senzatetto.

Girare per le strade di una città è più bello conoscendone l’anima. Perciò, vedendo Piazza Grande, i suoi senzatetto e i suoi giornali, girando per Bologna, anziché una nota di fastidio magari vi uscirà un sorriso.

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16 Gennaio 2008

A Mantova, per Ludicamente, un Primo Maggio di qualche anno fa…

Sempre nel progetto “restauro sito web”, un altro pezzo su una città troppo spesso relegata a meta di scolaresche più o meno (dis)interessate alle sue opere d’arte. Con Ludicamente, iniziativa legata al mondo dei giochi (di ruolo, da tavolo, tradizionali), Mantova viene esaltata negli spazi, gli ambienti e l’atmosfera da città romantica su sfondo rinascimentale.

A Ludicamente, il primo maggio del 2004, abbiamo partecipato anche noi. Ecco foto e commenti.

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Il sole che si specchia nelle vecchie pescherie lascia ben sperare per questa giornata mantovana. Eravamo incerti se partire o no da Reggio, poi all’ultimo ci siamo detti: “Ma sì! Andiamo!”
sole sulle pescherie

I piccoli giocatori, a quanto pare, si stanno divertendo alla grande, concentrati nei loro lanci di tappini.
bambini che giocano a biglie

Ecco invece gli interni: non c’è il sole ma almeno, in caso di pioggia, si può star tranquilli!
le cantine del palazzo ducale

Sotto, la Francy coi due ragazzi vicentini che ci hanno insegnato il gioco del Signore degli Anelli (al quale ho avuto l’onore di battere Richard, ma ho preso anche una bella smazzolata da Francy).
Francesca e i vicentini

Qui, invece, il fantastico biliardo cinese (o qualcosa del genere), con l’appassionatissimo dimostratore toscano all’opera.
 il biliardo cinese

Non sarebbe una cantina, se non ci fosse il (sacrosanto) motto.
Il motto della cantina

Macarena, la nostra amica spagnola, prendendo alla lettera il motto alla sua destra, si lecca i baffi…
Macarena

Non sarebbero cantine, se non ci fosse il motto, e non sarebbe Ludicamente, se non ci fosse il “Poraz”!!!
Il Poraz, aka Angelo Porazzi

I ragazzi del gioco di ruolo dal vivo (eccezionali)!
I ragazzi del gioco di ruolo dal vivo

Una bella elfa, presa dai suoi aulici pensieri…
l’elfa

Imprevisto, quanto ovviamente eccezionale, il gioco di ruolo improvvisato del mitico Eriadan…
Il gioco di Eriadan

Il tramonto nel cortile del Palazzo Ducale ci saluta, alla fine di questo fantastico e perfetto Primo Maggio…
Il tramonto dal Palazzo Ducale

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